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sabato 24 marzo 2012

Did I say that I need you?

E, alla fine, altro non siamo se non Vite che s'intrecciano, che s'intersecano, che s'incastrano.
Ho un Oceano che si agita, turbato da venti e tempeste, nella mia testa. 
Troppi sbalzi d'umore, nemmeno me stessa riesce a starmi dietro. 
3- 4- 3- 2- 1 + 1/2- 2, le ore di sonno di questa settimana. 
Una Vita fatta di cocci che tenta di ricomporsi. 
Nessun libro che sia possibile leggere, se non quello. 

Precarietà. Paura. Vertigine.
Abisso. Baratro. Albatro. 
Milano. Sera. Solo un'ombra. 
Letto. Lenzuola. Braccia. 
Pezzi-di-me.

Alba. Luci. 
Oceano. Mare. 
In-stabile.
In-quieta.
Per-turbata.
Universi.
Persone.


[E non state a controllare la metrica, la sintassi, i cazzi e i mazzi, oggi non me ne frega niente, oggi batto le sensazioni, su questa tastiera, senza filtri, senza rileggere.]

Casa, dove sei?
Tu, dove sei?
Me stessa, dove sei?

Né Bene né Male, solo irrequietezza. 

Inchiodata a te. Inchiodata a me.
Non te ne andare. 
Non ti lascio andare. 

domenica 26 febbraio 2012

Albatros


Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d'angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.


Ogni mattina, Alda Merini



La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia.

La pazzia mi visita almeno due volte al giorno.


Mi sono sempre uccisa da sola.

domenica 15 gennaio 2012

I want to find something I've wanted all along, somewhere I belong.

Voglio andare a correre.
Me lo dico guardando fuori dalla finestra della sala, la ghiaia del cortile ancora ricoperta dalla brina, il cielo di cristallo delle mattinate invernali.
Fra poco vado a correre. 
Lo dico a mia madre che scuote la testa, con la stessa rassegnazione che ha da anni ormai, facendomi notare la sciarpona avvolta attorno alla mia gola dolorante e la voce nasale con la quale mi sono svegliata.
Devo andare a correre. 
Mi dice il mio sguardo, perentorio e severo [occhi particolarmente scuri stamattina], dallo specchio del bagno, accompagnato dalla stretta quasi soffocante delle mani sui fianchi, dal pungente ficcarsi delle unghie nella carne.
Mi avvicino allo specchio, così vicino da sfiorarlo con la punta del naso.
Un alone di condensa appanna il vetro vicino alle narici.


Mi guardo negli occhi.
Chiedendomi quale sarà la prossima mossa.
Cos'hai in mente?


Niente, nessuna risposta, non mi è dato di sapere.
Occhi particolarmente scuri stamattina.


Mi volto di scatto, come a dare le spalle a qualcuno, poco importa che in realtà quel qualcuno sia il mio sguardo su di me.
Mi tolgo i vestiti, prima i jeans, poi il maglione.
Continuo a dare le spalle allo specchio.
Infilo la canottiera, i pantaloni della tuta. Infine la felpa a collo alto. Chiudo la zip.
Snodo lo chignon, riavvio velocemente i capelli passandovi le mani attraverso tre-quattro volte, li raccolgo nuovamente, ma in una coda alta.
Esco dal bagno evitando lo sguardo dello specchio, ma con la sensazione, sgradevole e insopprimibile, di essere osservata.


Vado a correre.
Vediamo se torno con uno sguardo diverso.


On air: Somewhere I belong, Linkin Park [sempre perfetti, cazzo.]

domenica 27 novembre 2011

Fra la rabbia e il bene, porte sbattute in faccia e scuse.

Hai ragione, sono una stronza.
E senza nessuna sfumatura di fascino ribelle. 
Non hai alcuna colpa per il mio cattivo umore. 
E io non posso comportarmi così solamente perché sono stanca, ho buttato via la mattina dormendo -perché stanotte non riuscivo a prendere sonno-, mangerei tutto quello che c'è in casa, faccio sogni di merda che distruggono ogni mio tentativo di razionalizzazione sulla mia vita  e non so come riempirmi la giornata.
Hai fatto un passo verso di me e io ti ho sbattuto la porta in faccia.
Scusami, cazzo. Scusa. Sono la solita. 
Non ha senso riscrivere qua le scuse che ti ho chiesto. Cambiano qualcosa?
Le scuse sono una questione di orgoglio, non riparano mai davvero al danno fatto. 
Ci provo con i perché, ma è difficile quando, cercandoli, mi rendo conto di non averne di sufficientemente validi. 


La domenica è sempre una giornata di merda. 
Secondo me Leopardi intendeva esattamente questo, quando ha scritto il "Sabato del villaggio". Solo che dirlo con le mie parole avrebbe abbassato un po' troppo il registro dei suoi scritti.


Ho mal di testa. 
Ho freddo.
Ho sonno.
Ho mille cose da dirti e la voce per nessuna di esse.


Domani è lunedì. Università, lavoro, quattro lettere e un progetto. Sedici ore fuori casa, secondo i miei calcoli. [devo fare benzina] 
Mi sento sempre così inadeguata in certi ambienti... preferirei quasi non essere stata presa, la sicurezza del mediocre "Le faremo sapere, signorina, grazie." 
Eppure è tutto lì, a testimoniarmi che, forse, è il caso d'iniziare a crederci, in me stessa. 
Non so, ho l'impressione che manchi sempre un pezzo, di non centrare mai la vera questione. Di non fare mai qualcosa che cambi davvero la mia vita.
Eppure, l'hai detto tu stessa: "Basta iniziare dalle piccole cose". 


Sono un casino. 


Fra la rabbia e il bene. 
Il pensiero di dover lavorare mi conforta, elimina la possibilità di scegliere di esserci, o meno. 
Cos'avrei fatto, fossi stata libera?
Forse avrebbe vinto il mio masochismo. Non posso fare a meno di guardarvi, e so che tu senti il mio sguardo su di voi. Vi guardo e mi rendo conto che, no, non ci posso credere. Non me la dai a bere. 
Ricordo ogni tua parola. 
Stanotte ripensavo a quel pomeriggio. Quando ha iniziato a piovere. E c'era solo la penombra delle persiane chiuse. Focalizzavo il pensiero sulla sensazione che avevo provato e sentivo una lama infilarsi nel mio stomaco. 
E più la sentivo e più volevo che andasse a fondo. 
Era tutto così lontano e sfumato, in quel ricordo. E invece no, io volevo che fosse netto e concreto come una lama. Perché lo è stato. Lo è stato. 
Puoi raccontarla a te stesso, agli altri, a lei. Ma non a me. 


Più rabbia, Agnese. Più rabbia. Meno bionda angelica, più palle. 


Dio, che mal di testa. 
E ieri sera sono tornata a casa ancora sobria. 
Sono quasi le 17. Studio?


Butto lo sguardo sull'inserto della domenica del Sole che ho di fianco a me, mentre tu leggi le pagine economiche dall'altra parte del tavolo. 
"Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che non possa mai cominciare davvero."
Touché, John Henry Newman. 
Touché. 
Eco.