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sabato 24 marzo 2012

Did I say that I need you?

E, alla fine, altro non siamo se non Vite che s'intrecciano, che s'intersecano, che s'incastrano.
Ho un Oceano che si agita, turbato da venti e tempeste, nella mia testa. 
Troppi sbalzi d'umore, nemmeno me stessa riesce a starmi dietro. 
3- 4- 3- 2- 1 + 1/2- 2, le ore di sonno di questa settimana. 
Una Vita fatta di cocci che tenta di ricomporsi. 
Nessun libro che sia possibile leggere, se non quello. 

Precarietà. Paura. Vertigine.
Abisso. Baratro. Albatro. 
Milano. Sera. Solo un'ombra. 
Letto. Lenzuola. Braccia. 
Pezzi-di-me.

Alba. Luci. 
Oceano. Mare. 
In-stabile.
In-quieta.
Per-turbata.
Universi.
Persone.


[E non state a controllare la metrica, la sintassi, i cazzi e i mazzi, oggi non me ne frega niente, oggi batto le sensazioni, su questa tastiera, senza filtri, senza rileggere.]

Casa, dove sei?
Tu, dove sei?
Me stessa, dove sei?

Né Bene né Male, solo irrequietezza. 

Inchiodata a te. Inchiodata a me.
Non te ne andare. 
Non ti lascio andare. 

martedì 31 gennaio 2012

Saltiamo. Ti prego, saltiamo.


Quest'insostenibile voglia di piangere. 
[Bisogno, anzi.]
Quest'incredibile voglia di un abbraccio, sebbene non lo sappia né dare, né ricevere.
[Bisogno, anzi, ancora.]
Questa sussurrata quanto disperata voglia di qualcuno che si prenda cura di me, di ciò che sono, che mi smonti e mi rimonti nel verso giusto.
[Bisogno, sì, lo so, sempre quello.]


Take me home. 
Portami in una casa che sia casa. Dove faccia caldo. 
Caldo. Calore. 
Faceva più caldo stanotte sotto la neve, a mani nude e con le Superga ai piedi, piuttosto che ora, qui, in questa stanza dalle pareti fra il vuoto e quello con cui vorrei riempirle, fra il disordine nel quale respiro e l'ordine che cerca di essere imposto, fra quello che sono, quello che dovrei essere, e quello che vorrei essere.


Dio, a volte vorrei semplicemente essere presa in braccio da qualcuno, ed essere portata via. 
Via da me stessa e da tutto questo che, ora, è un labirinto dal quale non so più uscire.
Mi ci hanno portata e ora sono qui, nel mezzo, fra siepi altissime e al buio, senza un'indicazione, una strada tracciata da seguire, per uscirne. 
Io... io non so che fare.
Io. non. so. che. fare. 
Qualcuno può dirmelo?


Non le voglio, ho smesso di cercarle. 
Ma, ogni tanto, una risposta, il paliativo di un punto fermo e sicuro, farebbe bene. 
Se non bene, meglio. 


Ho sempre pensato che ci si salvasse da soli. 
Ho imparato a credere che confidare negli altri non porta da nessuna parte. 
Non ho mai chiesto, davvero, a qualcuno di essere accompagnata.
Non ho mai cercato qualcuno sul quale contare. 
Mi sono dimenticata come si chiede aiuto. 


[E mentre scrivo tutto ciò, nella mia testa risuona la voce di chi mi ha sempre ripetuto che i deboli non si sanno salvare, i deboli hanno bisogno di aiuto, i deboli non hanno sufficiente forza di volontà.
Allora sono debole?
Va bene, sono debole. 
E appurato ciò? Ora che lo sai? 
Non sono degna di stare bene perché non mi so salvare da sola?]


Avevo giurato a me stessa che non avrei più scritto cose del genere in un blog. 
Si cambia idea. 
Si scopre che dall'umano che si è non si può fuggire. 
Si comprende che sì, ho bisogno di te.
Fa una paura fottuta, arrendersi all'evidenza di aver bisogno di qualcuno. 
Fa una paura fottuta, l'idea di poterti deludere. 
Fa una paura fottuta, la consapevolezza che nemmeno tu potresti bastare. 


Ma cos'altro posso fare, ora, col Nulla che mi ritrovo a stringere fra le mani, se non fidarmi?
Io mi fido di te. 


I want to move on
I want to have hope
So I'm willing to change
I'm going to try
To show that I'm strong enough to
...Trust in You. 


On air: "Aggiungi file alla Libreria" da Dropbox. - Riproduzione casuale. 

sabato 28 gennaio 2012

Still here.


But I'm still... here. 


Mi chiedo perché, dopo tutti questi anni [tutti? Secondo quale metro di paragone questi anni possono essere tanti? Magari sono ancora pochi.], io sia ancora qui.
Qui, a cercarti fra le canzoni che lasciano risuonare i ricordi, qui a trovarti fra pagine scritte in un passato che, forse, non è ancora passato. 


Imprinting. Forse è per questo che ti cerco in ogni sguardo che incontro. 
Imprinting. Forse ti ricorderò per sempre. [Dio, spero di ricordarti per sempre...] 
Imprinting. Forse non ho il coraggio di trovarti per la paura di vederti scomparire, non appena i tuoi contorni saranno ritornati abbastanza netti. Come sempre. 


Forse mi ostino a tessere fili rossi. 
Per paura di dover lasciare andare anche te, sebbene non ti abbia mai, davvero, avuto.
Forse mi ostino a chiedere "Ti ricordi di me?", mentre invece dovrei dirti "Mi ricordo di te."
Perché lasciare andare il passato sembra sempre cancellarlo? Perché non può essere una liberazione?
Indulgenza.
Auto-indulgenza. 
[Da qualsiasi prospettiva la si guardi, mi manca.]


[Datti pace.]


Mi ricordo di te.
Ogni volta che mi guardo allo specchio. 
Ti ho lì, dove i miei occhi non si posano mai, dove tento di non far arrivare mai nessuno sguardo. 
E in quel punto c'è tutta la rabbia e tutto il dolore, c'è tutta quella notte, e tutte le altre, trascorse con il fantasma di te, che rendeva fantasma me.


Scrivo che sei una questione in sospeso, e mi chiedo se, invece, tu non sia solo l'ennesima alternativa al Vuoto. 


-E cosa arrivi a stringere fra le mani, vivendo così, se non un pugno di mosche?


Un pugno di mosche, un pugno di ricordi. 


Sei l'unico che non ho mai lasciato andare.
Sei l'unico dal quale non sono mai scappata.
Sei l'ennesima àncora? O sei il punto di partenza, al quale ritornerò, dopo aver fatto il giro del Mondo?


Non mi manchi. Ma ti penso. Anzi, penso a te. 
Tutto qui. 


La verità è che non posso fare l'amante a vita. 
Delle amanti non resta traccia. 




[E' la neve.
E' l'inverno che arriva e si porta dietro tutti gli altri inverni, i loro freddi.
E' la stanchezza, la settimana pesante, i sonni agitati.

E' la Vita, Agnese.
E' la Vita che chiama e alla quale tu hai paura di non saper rispondere, come sempre. E' la Vita che c'è e che tu non puoi ignorare. E' la Vita che tu sai vivere così.

E' che non ci sono solo te stesse cannibali e nascoste in fatiscenti casupole da mostrare agli altri.
E' la rabbia, lecita ma mai abbastanza.
E' che la responsabilità non la si può scagliare addosso agli altri, come le parole. 

E' che vaffanculo.
E' che everybody needs somebody to love.
E' che ho lasciato le sigarette in macchina.
E' che ho fallito. Ho fallito, cazzo. E ho preferito indossare l'ennesima maschera piuttosto che farmi vedere vulnerabile e non-perfetta agli altri.
E' che non avere paura non significa non farsi domande.
E' che certe strade dovrei dimenticarle.
Altre smettere di volerle raddrizzare.
In certe strade, invece, divellere l'asfalto.
E' che il passato ritorna sempre, senza sangue, ma ugualmente doloroso. 

E' che io di sguardi vivrei. 


E' che... nelle parentesi c'è sempre più altrove.
E' che, comunque, non me ne vado.]


On air: Il silenzio della neve, del sabato pomeriggio, dei diari riletti, dei vecchi racconti. 

martedì 24 gennaio 2012

Kierkegaard, fottiti. With love.

E... no, non riesco a essere nervosa. 


[Le mie frasi che iniziano con una congiunzione. L'italiano, Agnese, l'italiano. Ma no, è che probabilmente sono precedute da qualcosa che non scrivo, né dico. Ah, ecco.]

Non riesco a studiare con l'idea che domani darò un esame. 

Leggo, come quando leggo i libri di cui m'innamoro.
Finisco un autore e scrivo in fondo agli appunti "Chapeau.", perché mi ha stupita.
Altrove lascio un "Wtf." a fianco di un paragrafo. 

O un "Non avevi capito un cazzo."
O magari un un "Cvd.".

Studio perché voglio, non perché devo. Il manuale? Boh. Leggo i testi, funzionerà comunque?
Non ce la faccio. A tornare a fare le cose perché devo farle. Non ne sono più capace.

E' impossibile tornare indietro, una volta che hai sperimentato l'ebbrezza del fare qualcosa perché vuoi farlo. 


Mi chiederò come farò mai a dare latino. 
Ci penserò a tempo debito, iniziamo a dare filosofia domani. 
Do-ma-ni.


[Ho sognato che l'esame si teneva sui bastioni di un castello; iniziava nella nebbia fitta del mattino e si concludeva con una splendente luna piena a illuminare me e il professore.
Mi chiedeva di Empedocle, ed era l'unica domanda da esame. Per il resto, era esattamente come stare in bilico sopra a un fossato.]



C'è qualcosa che devo scrivere. 
Qualcosa che voglio scrivere, meglio. 
C'è qualcosa. Che s'impiglia nei fili [il]logici della mia mente da giorni. 


Magari stanotte. Magari domani. Magari chissà.


Forse, semplicemente, questa è la chiave. 
Quando sei in auto con qualcuno che non vuoi ammazzare, inevitabilmente ti salvi, per quanta voglia tu possa avere di andarti a schiantare a 100 all'ora contro un muro. 
Forse, questa è la chiave. 


Torno ad Antifonte. 

giovedì 29 dicembre 2011

Boulevard of Broken Dreams

C'erano le strade deserte, le canzoni malinconiche che uscivano dagli auricolari, i raggi obliqui del sole che iniziava a calare. 
Agli angoli delle strade e nelle piazze incontravi solo i ricordi e i fantasmi delle passate storie d'amore.
C'era lui. E lui. E lui. E lui. E altri lui. 
C'era un tramonto che diventava alba, e poi notte. 
C'erano le mani gelate, i tagli che si riaprivano, ma che non sentivi bruciare. 
C'erano porte che tempo fa aprivi quasi senza bussare, c'erano finestre dalle quali anni fa entravi la mattina, c'erano le auto parcheggiate isolate, nascoste per nascondere.
C'erano lacrime ormai asciugate a rigarti le guance, c'erano i passi veloci scanditi dalla voglia di fuggire, c'era un parco deserto e la sua panchina riparata, che abbracciava tristezza e rabbia in giornate senza casa.
C'era una grossa scheggia di vetro infilata nello stomaco, nel sovrapporre fotografie a ciò che i tuoi occhi vedevano.
C'erano campi di pallavolo con la rete smontata, e l'eco di un pallone sul cemento. C'era la casa di un'amica che non hai mai voluto salutare, per paura che se ne andasse davvero. 
C'era lui al tuo fianco, per cacciare la solitudine e il freddo. 
C'erano le parole che avresti voluto dirgli, frasi che tessi nella tua mente fingendoti una romantica Penelope in attesa del suo arrivo. 
C'eri tu, che continui a scappare alla ricerca di un'uscita d'emergenza, di un po' di ossigeno, della sensibilità necessaria per sentire il calore. 


No, c'erano solo delle strade vuote, un iPod impostato sulla riproduzione casuale e un tramonto d'inverno. 
Il resto è solo invenzione. 

domenica 27 novembre 2011

Fra la rabbia e il bene, porte sbattute in faccia e scuse.

Hai ragione, sono una stronza.
E senza nessuna sfumatura di fascino ribelle. 
Non hai alcuna colpa per il mio cattivo umore. 
E io non posso comportarmi così solamente perché sono stanca, ho buttato via la mattina dormendo -perché stanotte non riuscivo a prendere sonno-, mangerei tutto quello che c'è in casa, faccio sogni di merda che distruggono ogni mio tentativo di razionalizzazione sulla mia vita  e non so come riempirmi la giornata.
Hai fatto un passo verso di me e io ti ho sbattuto la porta in faccia.
Scusami, cazzo. Scusa. Sono la solita. 
Non ha senso riscrivere qua le scuse che ti ho chiesto. Cambiano qualcosa?
Le scuse sono una questione di orgoglio, non riparano mai davvero al danno fatto. 
Ci provo con i perché, ma è difficile quando, cercandoli, mi rendo conto di non averne di sufficientemente validi. 


La domenica è sempre una giornata di merda. 
Secondo me Leopardi intendeva esattamente questo, quando ha scritto il "Sabato del villaggio". Solo che dirlo con le mie parole avrebbe abbassato un po' troppo il registro dei suoi scritti.


Ho mal di testa. 
Ho freddo.
Ho sonno.
Ho mille cose da dirti e la voce per nessuna di esse.


Domani è lunedì. Università, lavoro, quattro lettere e un progetto. Sedici ore fuori casa, secondo i miei calcoli. [devo fare benzina] 
Mi sento sempre così inadeguata in certi ambienti... preferirei quasi non essere stata presa, la sicurezza del mediocre "Le faremo sapere, signorina, grazie." 
Eppure è tutto lì, a testimoniarmi che, forse, è il caso d'iniziare a crederci, in me stessa. 
Non so, ho l'impressione che manchi sempre un pezzo, di non centrare mai la vera questione. Di non fare mai qualcosa che cambi davvero la mia vita.
Eppure, l'hai detto tu stessa: "Basta iniziare dalle piccole cose". 


Sono un casino. 


Fra la rabbia e il bene. 
Il pensiero di dover lavorare mi conforta, elimina la possibilità di scegliere di esserci, o meno. 
Cos'avrei fatto, fossi stata libera?
Forse avrebbe vinto il mio masochismo. Non posso fare a meno di guardarvi, e so che tu senti il mio sguardo su di voi. Vi guardo e mi rendo conto che, no, non ci posso credere. Non me la dai a bere. 
Ricordo ogni tua parola. 
Stanotte ripensavo a quel pomeriggio. Quando ha iniziato a piovere. E c'era solo la penombra delle persiane chiuse. Focalizzavo il pensiero sulla sensazione che avevo provato e sentivo una lama infilarsi nel mio stomaco. 
E più la sentivo e più volevo che andasse a fondo. 
Era tutto così lontano e sfumato, in quel ricordo. E invece no, io volevo che fosse netto e concreto come una lama. Perché lo è stato. Lo è stato. 
Puoi raccontarla a te stesso, agli altri, a lei. Ma non a me. 


Più rabbia, Agnese. Più rabbia. Meno bionda angelica, più palle. 


Dio, che mal di testa. 
E ieri sera sono tornata a casa ancora sobria. 
Sono quasi le 17. Studio?


Butto lo sguardo sull'inserto della domenica del Sole che ho di fianco a me, mentre tu leggi le pagine economiche dall'altra parte del tavolo. 
"Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che non possa mai cominciare davvero."
Touché, John Henry Newman. 
Touché. 
Eco. 

venerdì 25 novembre 2011

A me la mossa?


Se ti chiedessi sull'arte probabilmente mi citeresti tutti i libri di arte mai scritti... Michelangelo. Sai tante cose su di lui: le sue opere, le aspirazioni politiche, lui e il papa, le sue tendenze sessuali, tutto quanto vero? Ma scommetto che non sai dirmi che odore c'è nella Cappella Sistina. Non sei mai stato lì con la testa rivolta verso quel bellissimo soffitto... mai visto. Se ti chiedessi sulle donne, probabilmente mi faresti un compendio sulle tue preferenze, potrai perfino aver scopato qualche volta... ma non sai dirmi che cosa si prova a risvegliarsi accanto a una donna e sentirsi veramente felici. Sei uno tosto. E se ti chiedessi sulla guerra probabilmente mi getteresti Shakespeare in faccia eh? Ancora una volta sulla breccia cari amici?... ma non ne hai mai sfiorata una. Non hai mai tenuto in grembo la testa del tuo migliore amico vedendolo esalare l'ultimo respiro mentre con lo sguardo chiede aiuto. Se ti chiedessi sull'amore probabilmente mi diresti un sonetto. Ma guardando una donna non sei mai stato del tutto vulnerabile... non ne conosci una che ti risollevi con gli occhi, sentendo che Dio ha mandato un angelo sulla terra solo per te, per salvarti dagli abissi dell'Inferno. Non sai cosa si prova ad essere il suo angelo, avere tanto amore per lei, vicino a lei per sempre, in ogni circostanza, incluso il cancro. Non sai cosa si prova a dormire su una sedia d'ospedale per due mesi tenendole la mano, perché i dottori vedano nei tuoi occhi che il termine "orario delle visite" non si applica a te. Non sai cos'è la vera perdita, perché questa si verifica solo quando ami una cosa più di quanto ami te stesso: dubito che tu abbia mai osato amare qualcuno a tal punto. Io ti guardo, e non vedo un uomo intelligente, sicuro di sé, vedo un bulletto che si caga sotto dalla paura. Ma, sei un genio Will, chi lo nega questo. Nessuno può comprendere ciò che hai nel profondo. Ma tu hai la pretesa di sapere tutto di me perché hai visto un mio dipinto e hai fatto a pezzi la mia vita del cazzo? Sei orfano giusto? Credi che io riesca a inquadrare quanto sia stata difficile la tua vita, cosa provi, chi sei, perché ho letto Oliver Twist? Basta questo ad incasellarti? Personalmente, me ne strafrego di tutto questo, perché sai una cosa, non c'è niente che possa imparare da te che non legga in qualche libro del cazzo. A meno che tu non voglia parlare di te. Di chi sei. Allora la cosa mi affascina. Ci sto. Ma tu non vuoi farlo, vero campione? Sei terrorizzato da quello che diresti. A te la mossa, capo.


Will Hunting - Genio ribelle




Troppi pensieri in testa. 


Will Hunting.
Leila. 
Mail.
Cieli pieni zeppi di stelle.
Torte di mele.
Alone at home.
Colloqui di lavoro.


Vaffanculo non detti, ma che ho una gran voglia di dire. 


Inquietudine da equilibrio precario.
Sogni non proprio belli. 
Paura VS voglia di vivere.


Inaspettato, grazie. 
Mi salvi sempre. 


No, davvero, stasera non riesco a scrivere un post. 
Giornata lunatica, ma sono viva. 
Non voglio chiedermi in che senso, non voglio chiedermi nulla. 


On Air: Song 2, Blur.


Ho perso il conto delle ore di sonno arretrate. 
Ma fa niente. 


E ho una decina di post più sensati da pubblicare, ma... ma no. 




Inaspettato, grazie. 
Inaspettati, grazie. 


Vado a dormire forse. 

martedì 22 novembre 2011

Specchio

Non è che abbia chissà quanto da scrivere.
E allora lascia perdere, no?
Uhm. 
Uhm?
Scusa, la detective rossa di The Mentalist mi ha distratta.
E non inarcare il sopracciglio, così, persona orribile.
Ah-ah. 
E adesso, cosa sarebbe questo ah-ah di soddisfazione e presa per il culo?
No, niente...
Sì, lo so. Devo ammettere che mi ha fatto piacere? Mi ha fatto piacere, ok?
Mh-mmmh. 
Cos'è, adesso me stessa si mette a fare l'analista che non dice mai un cazzo e non fa una domanda diretta che sia una?
Di solito ti diverti, quando sei tu a farlo con gli altri. 
Appunto, con gli altri. Con me stessa non è divertente, so dove vuole arrivare, e dove posso arrivare io. 
...
Ma secondo te Jane e Lisbon combineranno mai qualcosa?
Perché questa domanda?
Così, pensavo. Si rincorrono. 
Aaah.
Oh, vaffanculo. 
Ahahahah. 
...
Allora, come stai, me lo dici?
Non lo so. 
Oggi è stato strano. Come quando vedi una cosa bella e hai paura di guardarla troppo, perché potrebbe scomparire. Sono... sulla difensiva.
Perché sbuffi?
Pensavo: "Che novità".
Già. 
...
Non scappare. 
Ci sto provando.
Non.scappare.
Ho paura. 
Lo so. 
...
Com'era filosofia oggi?
Uhm... mi piacevano di più le lezioni distruttive sulla linea esistenzialista. Aristotele... strutturalista del cazzo. 
E non ridere. 
Rido, ma condivido. E del rosso, che mi dici?
Eh, che ti dico...
E il biondino?
Mi sa che dopo il giro in Feltrinelli l'ho un po' smontato...
E il bello e dannato?
Più stronzo e narcisista che bello e dannato, mi sa. 
Un tempo ti sarebbe piaciuto.
Sì, lo so. Ma sono stanca di personaggi. 
...
Mi regali una pistola? Non ho mai sparato, con una vera.
Sì, scena figa, il "O ti uccido senza pietà" fa sempre il suo effetto. Ma... biasimi i personaggi altrui e continui a costruirti maschere?
Ammetterai anche tu che è molto più semplice, ricoprire un volto, piuttosto che disegnarlo, quel volto. 
...
Perché adesso non la spoglia, cazzo?
Perché qualcuno preferisce costruire una storia, piuttosto che tuffarcisi a peso morto. 
Io non mi ci tuffo a peso morto, nelle relazioni.
No, hai ragione, tu ti sbronzi e poi fai-
Taci.
Sì, ho già parlato abbastanza, ormai ci stai pensando.
Fanculo. Quelle non sono relazioni. Quelle non sono state relazioni.  
Tranne una, sbaglio?
Per favore, cerco di non pensare a quanto sono stata schifosamente brava a mandare tutto a puttane, quella volta. 
...
Continui a pensarci, vero?
Una mia risposta sarebbe superflua. 
La vedi, la parabola? 
Iperbole. Anzi, eterno ritorno, che ne dici?
Aaah, bella quella teoria. 
Eterno. Davvero?
Non so, secondo te?
No. Non può essere. Dev'esserci la chiave di volta, da qualche parte.
...
Cazzo. Ho capito il finale.
Dici che è così banale?
Spero mi sorprenda. Spero di sbagliarmi.
...
Secondo te cosa ho provato, oggi?
Lo sai meglio di me che al proprio analista non si pongono mai domande. 
Te lo chiedo proprio perché non voglio una risposta, forse.
Posso citare una mia collega, in questo caso?
Ti risponderei a mia volta con una citazione, ma me lo risparmio. Prego.
"Mi stupisce la freddezza con la quale mi racconta tutto questo."
Ahah, è venuta in mente anche me, oggi, appena salita in macchina. Il problema è questo, infatti: ho provato quello che non ho provato perché davvero non c'è più nulla o perché mi sono congelata, ibernata, rinchiusa nella mia gelida razionalità... come al solito?
E quel nulla che dovrebbe esserci, o non esserci? E' un nulla auto-imposto o naturale?
Ti prego, non partiamo con le solite domande che si susseguono una dopo l'altra, andando sempre più a fondo...
Cos'è, sei stanca?
Sì, sono stanca. 
...
Comunque, non lo so, cosa hai provato. Né stasera, né oggi, né stamattina. Non lo so.
Sai che non sto facendo sogni?
Eccome, se lo so.
Possibile che tu non mi dica nulla di nuovo e inaspettato, me stessa?
...
Ha bluffato! 
E allora?
No, niente, pensavo. 
Coppia di assi?
Oddio, me lo devi proprio ricordare? 
Certo che sì, lo so che è quel genere di figura di merda che ti fa sentire tanto, tanto, bene. 
In realtà pensavo a un altro bluff. Ma ora mi è tornata in mente un'altra partita a poker, di molti, molti anni fa.  Dio santissimo. 
Imbarazzo?
Sì, sono spesso imbarazzata da me stessa. 
Ehi, non tirarmi in mezzo.
No, non tu. Non questa volta. 
Ma, scusa, chi hai aggiunto alla conversazione?
Da quando hai sviluppato questo nerd-side?
...
Canzone?
Quella.
Oh, che monotonia. 
Eh, lo so. Se vuoi posso concederti una variatio con Adele. 
Avverti il mio entusiasmo?
Cosa posso dire, mi spiace che ti sia capitata io.
I vittimismi mi stanno sul culo.
Anche a me. Avevo voglia di starmi sul culo.
...
Secondo me possiamo smetterla qui.
Sì, anche secondo me.
Ma dai?
Sono te stessa, ogni tanto dobbiamo concordare, no?
Ogni tanto...
...
Sigaretta?
Sigaretta.
Ipod?
Ipod.
Adele?
No, l'altra.
Aaaah.
Ci sta sempre. Sempre. 
Wow, hai citato lui, questa volta.
Agosto... 2009, mi sa. 
Ah, grande estate. 
No comment. 

lunedì 14 novembre 2011

Nel vuoto per mano


Solo il vuoto, qui, sa di eternità.


Fuggire in lacrime da una lezione di Filosofia.
"Voi dite che queste cose sono sbagliate, in realtà le temete. Perché sono umane. Troppo umane"
Nietzsche, io ti amo. Ti amo perché mi fai un male terribile, e allo stesso tempo descrivi con un'esatezza drammatica tutto quello che ho dentro.


Devo smetterla con questi sbalzi di umore. Non posso vivere così: svegliarmi apatica, tre-quattro ore di buon umore da luce e conversazioni piacevoli, e poi il Baratro.
Non posso continuare ad assorbire certe lezioni e certi libri come una linfa velenosa. Non posso lasciarmi pugnalare così, da parole scritte e dette secoli, o decenni, fa. 
Non posso continuare così, consegnandomi alla ghigliottina dell'istante vissuto in sé e per sé.
Non posso continuare a scrivere così, vomitando su pagine e pagine i ricordi, le emozioni, le lacrime e i sorrisi.


Non penso che rimanga altro, però. Questo è l'unico modo in cui ho imparato a vivere.


Non posso seppellirti sotto metri di ghiaccio impenetrabile, per non sentire la voragine che mi squarcia ogni volta che ripenso a com'era, parlare con te.


Sono umana, cazzo. 
E non posso ricordarmelo solo quando vedo il mio sangue, stillare dalla pelle o sciogliersi nell'acqua. 
Io sono umana. 
Non può cancellarmi, non può farmi sparire. Non può estirparmi da te come un'erba infestante.
Messaggi, mail, consegnate per sempre alla casella "bozze" da un perentorio "lasciaci in pace". Forse un "lasciami in pace" sarebbe stato più esatto.
Penso. Voglio illudermi. Ho bisogno d'illudermi che non sia stato solo quell'attimo in cui hai creduto di esserti innamorato di me.
Ho bisogno d'illudermi, siamo arrivati a questo punto, bene. Ma, in fondo, fuori dalla Realtà per fuori dalla Realtà...


Non sto bene, mi sembra evidente. 
Dormo troppo poco. Mangio in un modo assurdo. Bevo troppo caffè. Oggi ho fumato solo una sigaretta, però, fino ad ora. 
Abito in una casa in cui nessuno chiede qualcosa. Abito in un mondo in cui nessuno chiede qualcosa.
Però io non posso evaporare, lo capite? Io sono qui, faccio casini, vivo in un modo assurdo, faccio domande che mettono a disagio e guardo troppo le persone negli occhi, lo so. 
Ma sono qui. 
E l'unica persona che mi ha abbracciata nell'ultimo mese e mezzo è a Londra.
Ho vent'anni, dovrei essere indipendente, lo so. Il problema è che mi sono costruita una forma strana di indipendenza, si chiama "annichilimento di tutti i bisogni".


Nel vuoto per mano. 
Nel vuoto si cade? 
Noi sapevamo volare.


Mi manca quella sensazione. 


Manca un po' tutto qui. 


[E, vaffanculo, io sul mio blog scrivo quello che voglio. Se vi infastidisce, cazzi vostri. Face it.] 


On air: Subsonica, Nel vuoto per mano (in particolare: Il Vento)

venerdì 11 novembre 2011

Cercasi Mr Gwyn disperatamente



A certi libri manca una cosa. Una pagina. In fondo, per ultima.
Una pagina in cui l'autore scriva cosa fare dopo aver letto l'ultima parola.
Perché, a me, certi libri lasciano una sensazione di mancanza terribile.


Ieri ho terminato Mr Gwyn. L'ho letto in un fiato, una notte e poco più.
In apnea.
Avevo bisogno di un libro del genere, che mi strappasse dalla Realtà e mi abbracciasse, tenendomi fra le sue pagine per un po'.
E si stava bene, fra le pagine di Mr Gwyn. Attimi di poesia così cristallina da commuoverti, attimi di concretezza tanto schietta da farti sbuffare una risata.
Pagine di particolari. Sì, particolari, quei minuscoli dettagli che nessuno nota mai, che puoi ignorare e comunque godere della bellezza di qualcosa. Ma sono i particolari quelli di cui t'innamori.
Baricco è così.
Mr Gwyn è dolceamaro. Romantico, come solo la malinconia sa essere. Naif. Triste.
Mr Gwyn ha tutte le caratteristiche della storia d'amore che vorrei vivere.


[Perché parlo sempre d'amore? Pur essendone assolutamente distante? Perché amore è l'unica cosa che può salvare l'uomo, dall'essere animale, dalla legge dell'utile che lo governa, dalla razionalità asettica. Amore può dare e togliere senso a ogni cosa come nient'altro.
Per me non è Dio a essere Amore. Ma è Amore ad essere Dio.]


Mr Gwyn è un libro che mio padre getterebbe dopo due pagine. Perché inutile, strano, quanto di più lontano dalla concretezza si possa scrivere. Ma a me questi libri fanno bene, mi tranquillizzano. Mi fanno pensare che non sono l'unica, ad avere questo modo così inesatto, ma così inevitabile, di guardare la vita.
Mi fanno sentire bella. Ed è strano, che un libro possa farti sentire bella. Senza specchi, senza bilancia, senza fotografie. Con delle parole.
Libri del genere sono a metà fra l'amicizia e l'amore. Ecco. Con le persone è sempre un disastro, quando ti ritrovi in quell'angolo miracoloso che si disegna fra l'amore e l'amicizia. Solitamente è più effimero di un tramonto. O di un'alba.
Solitamente basta una birra in più per sconfinare da una parte, per mandare in frantumi l'incantesimo.
[...] si ricordò di come ogni incantesimo sia fragile oltre ogni dire, e velocissima la vita nel suo rapinare.
Invece, con i libri funziona.
Il problema è quando li finisci. Ed è come quando ti stacchi da un abbraccio, ma stai ancora piangendo. Vorresti ritornare lì, in quell'incavo sicuro e tiepido fra quel collo e quella spalla, a scioglierti in lacrime che inzuppano una maglietta che è stata indossata proprio per finire così.
In quell'incavo, come fra quelle pagine, tu puoi piangere per il casino più incasinato che tu abbia mai combinato, ma con la sensazione che, alla fine, tutto si sistemerà.
Ecco.


Sono trascorse quasi ventiquattr'ore da quando ho terminato Mr Gwyn, e non ho ancora preso in mano un altro libro.
Io rivoglio lui.
Voglio Jasper Gwyn che mi spoglia e mi osserva, alla luce delle Caterina de' Medici.
Voglio Jasper Gwyn che scrive libri sotto pseudonimi e me li spedisce, senza dirmi che fra quelle pagine ha nascosto un mio ritratto.
Voglio che Jasper Gwyn mi faccia un ritratto, e mi riporti a casa. Perché i ritratti riportano le persone a casa. 
Voglio essere Rebecca, e Audrey. E il vecchio di Camden Town. E Tom.
Voglio trascorrere 32 giorni in uno studio che in realtà è un magazzino degli attrezzi abbandonato, a farmi fare un ritratto da un pittore che in realtà è uno scrittore.


Forse, Jasper Gwyn mi manca così tanto perché avevo la sensazione che fosse qualcuno a cui non importasse, quello che vedeva.
Andava oltre i corpi, gli involucri, spogliava le persone ma in realtà non erano i vestiti quelli che toglieva, non solo.


Cercasi Mr Gwyn disperatamente.


Lo cerco perché ne ho incontrato uno, di Mr Gwyn, tempo fa. So che non è solo un personaggio di un libro.
Solo che se n'è andato, come un personaggio se ne va quando richiudi la copertina di un libro che hai finito.
E mi manca esattamente come mi manca Mr Gwyn, ora.


Sto delirando. Lo so.


Chissà se leggi. Alcuni giorni penso di sì, altri sono certa di no.


"Mi basta saperti viva. In lacrime, ma viva. Ubriaca, ma viva."
Sì, sei egoista. Vorrei che ti fossi preoccupato di non fare del male anche a me, oltre che a lei. Certo, forse non avessi avuto fra le mani qualcuno di così propenso a farsi del male ti sarebbe riuscito meglio.


[...] Pensò anche la condanna di quelli, molti, che non sono capaci di toccare senza far male, e d'istinto cercò con gli occhi quelle mani e le piccole ferite.


Devo riprendere fiato, spegnere le lacrime.


Un giorno aveva conosciuto un uomo sposato che aveva un bellissimo modo di incasinare qualsiasi cosa toccasse. 
Baricco ha l'ironia delle pugnalate.


[Mi è appena passato per la mente il flash di un sogno fatto stanotte: venivo gettata in un lago nero e melmoso, pieno di cadaveri divorati dai vermi; non c'era nessuno e il lago era circondato da un canneto altissimo e sovrastato da un cielo temporalesco. No comment.]


Mentre riassetto le mie facoltà razionali e mando in stand-by quelle emotive, apro a caso Mr Gwyn e trascrivo qualche sottolineatura (stranamente, non ne ha moltissime, questo libro. Forse perché è l'atmosfera, quella che ti rapisce, non le frasi. Meno incisività, più sensazioni che sfumano.)


-Sì, è un bel mestiere, il copista.
-L'ho pensato anch'io.
-Un mestiere pulito, lei disse.


Così finì per capire che si trovava in una situazione nota a molti umani, ma non per questo meno dolorosa: ciò che, solo, li fa sentire vivi, è qualcosa che però, lentamente, è destinato ad ammazzarli. [cfr]


-Le risoluzioni definitive si prendono sempre e soltanto per uno stato d'animo che non è destinato a durare.
-Chi l'ha detto?
-Marcel Proust. Non si sbagliava mai, quello. 


Veniva da pensare che aspettassero di depositarsi sul fondo di un enorme bicchiere.


Se devo dimenticarti mi ricorderò di farlo, ma non chiedermi poi di dimenticare che me ne sono ricordato.


Voleva in qualche modo mettersi spalle al muro perché sapeva che solo in quel modo avrebbe avuto una chance di trovare, in se stesso, quello che cercava.


[...] e arrivò a fantasticare di come si sarebbero spostati, lui e il modello, per usare le ultime luci, o al contrario per rifugiarsi nel primo buio. 


Era radiosa, nella sua bellezza senza scopo. (io voglio una bellezza senza scopo)


[...] Si lasciò sprofondare in un buio muto, e quel buio era se stessa. lo poteva fare, e senza paura, e facilmente, perché qualcuno la stava guardando - se ne rese immediatamente conto. Per qualche ragione che non capiva, era finalmente sola, in modo perfetto, come soli non si è mai - o di rado, pensò, in qualche abbraccio d'amore.


La smetto, di fare la copista. I mestieri puliti non fanno per me. Ho ricominciato a respirare, e sorrido quasi.
Mr Gwyn mi ha concesso una carezza, prima di lasciarmi di nuovo.


Ha una bella copertina. Cartoncino a coste sottili, color crema, scritte bordeaux e nero. Profuma ancora troppo di libro nuovo, appena stampato, ma ha, in sottofondo, una nota squillante d'inchiostro che promette bene.
Ve lo consiglio, ma solo se siete emotivamente un poco più stabili di me. Altrimenti aspettate.


Adesso mando una mail a Baricco. Uno deve prendersi qualche responsabilità, quando scrive libri del genere.

martedì 8 novembre 2011

Caffè e filosofia, pessimismo cosmico di metà mattina.


Ma che, si può vivere così?


Estratto dai miei appunti di filosofia antica di ieri: “La spirale del desiderio è inarrestabile: ciò che ti rende grande ti perde.”
È destino dell’uomo che troppo desidera quello di perdersi? Perché, perché è da superbi volere troppo? Che poi, perché “troppo”? Se fosse “abbastanza”?
Ubris.
Chiamano superbia quella dell’uomo quando si fa grande. Ma perché dev’essere punito? Perché dev’essere sbagliato?
Perché i più si accontentano della mediocrità, del “va bene”, del “ma sì”, del “tanto cosa ci posso fare”?


Ma che, si può vivere così?



Navigo sempre attorno alla solita isola, lo so, quella dell’insoddisfazione e del tentativo di trasformarla in soddisfazione. La questione, il nodo della questione, è che non posso fare a meno di chiedermi perché, ogni volta che seguo questo incredibile desiderio del “di più”, finisco nei casini. Ma casini grossi, di quelli davvero belli contorti.
Mi faccio male.


Allora, forse davvero è così tragica la natura umana. Una tragedia in cui ciò che ti fa grande ti porta alla distruzione.
È… da folli. È un meccanismo che s’inceppa, destinato a incepparsi, che nasce già con il pezzo mancante.
È l’uomo di Heidegger, l'Unheimlich, l’in-quieto perché non può stare in quiete.
È l’esteta di Kierkegaard.
È il pensato nei pensieri di Pascal (“L'uomo non è che un nodo inestricabile di grandezza e miseria: egualmente incapace d'ignorare in modo assoluto e di conoscere con assoluta certezza.”, dal muro della mia stanza).
È Leopardi.
È Van Gogh. Magritte.
È Nietzsche.


[Che poi, per forza ti danno del pazzo, quando vai in giro dicendo che il destino di ogni uomo che vuole vivere davvero, fino in fondo, è la distruzione.]


E, alla fine, è Baricco, prova di come nulla si inventa. Ma per forza, l’uomo è quello che è, cosa può inventare che esca dalla sua natura?


["Non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non puoi nemmeno immaginare."]


Non voleva essere un post filosofico. Il problema è che mi ritrovo ad affrontare l’impersonificazione di una vita “sorda di desideri” ogni giorno, dovunque, e quello che vedo è spensieratezza, innamorati, sorrisi, leggerezza.
Per me la leggerezza è insostenibile, ma non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe più semplice.
Quanto starei meglio.
Quanta solitudine in meno mi circonderebbe.


Perché, ripeto, si rischia di passare per folli a proclamare come Vita Vera una che ti porta a perderti.
Peccato che la vita sia letale, in ogni modo la si viva. Quindi tanto vale farsi male per bene, ma aver provato emozioni che ti cambiano lo sguardo. E parlo proprio di sguardo.
Perché li incontri, ogni tanto, in giro, quegli sguardi nei quali, se non stai attento, cadi, e ti ci perdi. Ah, io adoro quegli sguardi. Me ne innamoro sempre. E mi ci tuffo.
Di solito, poi, si rivelano meno profondi di quel che pensassi. Ed è sempre molto triste, capire che poi, alla fine, quella che ha il coraggio di andare sempre più a fondo sono io.


[Se qualcuno volesse provare a smentirmi, son qui che l'aspetto.]


Ma, ripeto (più a me stessa che a te, improbabile lettore di questo sproloquio esistenzialista, superbo e pessimista), si può vivere così?


Sarò sola e solitaria per tutta la vita. 
Con amori occasionali, ma da perdersi, ogni volta un po’ di più. 
Ma sempre sola, a volte, semplicemente, in compagnia di qualcuno. 


O magari fra un paio di anni sarò innamorata di un commercialista che sposerò, una volta laureata, e passerò il resto della mia vita a fare la moglie e la madre, in una casa borghese e sempre ordinata.
Uhm sì certo perché no.  

venerdì 4 novembre 2011

Lupo solitario.

Capiamoci. Io sono una solitaria. Asociale. Snob. Indipendente. Selvatica. Definitemi come volete, ma, sì, io sono una solitaria.
Però... certi giorni.
Certi giorni vorrei qualcuno a guardarmi.
Vorrei qualcuno con cui fingere di vedere un film sul divano.
Vorrei qualcuno con il quale preparare il pranzo e dimenticarmi di mangiarlo.
Vorrei qualcuno che mi sfilasse il maglione morbido e largo che indosso come vestito oggi.
Vorrei qualcuno da baciare sotto questa pioggia, lasciando cadere l'ombrello per abbracciarlo.


Melensa.

mercoledì 2 novembre 2011

Memories


Ricordati di me, sbriciolato croissant avanzato.
Ricordati di me, capelli e sguardi indisciplinati.
Ricordati di me, domande affilate in riva a un fiume.
Ricordati di me, zucchero sciolto non nel caffè, ma nei racconti.
Ricordati di me, notti senza nomi divorate da albe fameliche.
Ricordati di me, gocce di pioggia che imperlano il parabrezza di un’auto.
Ricordati di me, abisso e spiaggia.
Ricordati di me, jeans strappati, graffi sulla pelle, baci voraci.
Ricordati di me, fili dorati su lenzuola blu.
Ricordati di me, troppo audace per fare la cosa giusta.
Ricordati di me, Musa e Condanna, Complice e Compagna.
Ricordati di me, cioccolato che si fonde e pinoli tostati.
Ricordati di me, sentieri tracciati in foreste di numeri.
Ricordati di me, inquieta e inquietante.
Ricordati di me, fragile come il cristallo.
Ricordati di me, passeggiare per mano sull’orlo del Baratro.
Ricordati di me, gatto che ti piombava in casa, svegliandoti e chiedendoti un caffè, con occhi rossi e lacrime da sfogare.
Ricordati di me, pause pranzo assurde, tristi e ridicole, tuffi nel vuoto e gelati… tutto così lontano…
Ricordati di me, fra le pagine dei libri, fra le parole che sgorgano da una penna, fra le emozioni che, forse, ancora, stillano grida dagli sguardi.

Ricordami di te, nero di taccuino e d’inchiostro, di notti e di fondi di caffè.
Ricordami di te, ciotola del gatto nella quale continuo ad inciampare.
Ricordami di te, meravigliose prose o poesie, che mi chiedo che voce abbiano, lette da te.
Ricordami di te, Parigi che ho sempre amato.
Ricordami di te, canzoni e canzoni, pentagrammi di coltelli e pugnali.
Ricordami di te, pelle sulla pelle.
Ricordarmi di te, e delle tue mani sulla mia schiena.
Ricordami di te, ascensori e panchine.
Ricordami di te, di te amico, e di quanto mi manchi dannatamente.
Ricordami di te, telefonate nel cuore della notte, bolle infrante, sogni incoscienti.
Ricordami di te, scavi psicologici e tecnologia.
Ricordami di te, delusione che brucia come rovente ferro nelle viscere.
Ricordami di te, sguardi come pietre che mi si scagliano addosso.
Ricordami di te, nella solitudine di notti senza sonno né sogni.
Ricordami di te, che ora non hai più parole.
Ricordami di te, mentre contemplo l’enorme cratere di questo Vuoto.
Ricordami di te, cicatrici e cicatrice.