Certe notti accadono.
Certe notti ti esplode il cuore.
Certe notti rimani a guardarti spaccata in due.
Certe notti ti sfuggono parole fra le dita, fra i baci, fra gli sguardi.
Certe notti ti chiedi come sia possibile, tutta quella Vita.
Certe notti non sai nemmeno come descriverle.
Siete Luci nel mio Abisso.
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venerdì 9 marzo 2012
martedì 7 febbraio 2012
Please don't die.
E all'improvviso il suo sguardo è mutato.
E mi è crollata fra le mani.
Pugni serrati, i suoi.
E non saprei dirti come in un attimo ha saputo eliminare ogni muro.
E non saprei dirti come, senza analisi razionale alcuna, mi sia andata a sedere di fianco a lei.
Vorrei descriverti la vertigine. Vorrei descriverti la vertigine di un abbraccio che è salvezza.
Che è volontà di salvare.
Vorrei descriverti le mani che si stringono fino a farsi male.
Vorrei descriverti com'è, quando qualcuno si aggrappa a te.
Vorrei descriverti com'è, quando qualcuno si fida di te.
Vorrei farti provare quello che ti esplode dentro, quando abbracci qualcuno per non lasciarlo cadere.
Non ci sono parole, non ci sono pensieri, perché saresti troppo lontana.
Devi afferrarlo, quel qualcuno.
[Non riesco a scrivere di più. Non credo si possa descrivere.
Sai già.
In effetti, sai già anche tu.]
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sabato 28 gennaio 2012
Still here.
But I'm still... here.
Mi chiedo perché, dopo tutti questi anni [tutti? Secondo quale metro di paragone questi anni possono essere tanti? Magari sono ancora pochi.], io sia ancora qui.
Qui, a cercarti fra le canzoni che lasciano risuonare i ricordi, qui a trovarti fra pagine scritte in un passato che, forse, non è ancora passato.
Imprinting. Forse è per questo che ti cerco in ogni sguardo che incontro.
Imprinting. Forse ti ricorderò per sempre. [Dio, spero di ricordarti per sempre...]
Imprinting. Forse non ho il coraggio di trovarti per la paura di vederti scomparire, non appena i tuoi contorni saranno ritornati abbastanza netti. Come sempre.
Forse mi ostino a tessere fili rossi.
Per paura di dover lasciare andare anche te, sebbene non ti abbia mai, davvero, avuto.
Forse mi ostino a chiedere "Ti ricordi di me?", mentre invece dovrei dirti "Mi ricordo di te."
Perché lasciare andare il passato sembra sempre cancellarlo? Perché non può essere una liberazione?
Indulgenza.
Auto-indulgenza.
[Da qualsiasi prospettiva la si guardi, mi manca.]
[Datti pace.]
Mi ricordo di te.
Ogni volta che mi guardo allo specchio.
Ti ho lì, dove i miei occhi non si posano mai, dove tento di non far arrivare mai nessuno sguardo.
E in quel punto c'è tutta la rabbia e tutto il dolore, c'è tutta quella notte, e tutte le altre, trascorse con il fantasma di te, che rendeva fantasma me.
Scrivo che sei una questione in sospeso, e mi chiedo se, invece, tu non sia solo l'ennesima alternativa al Vuoto.
-E cosa arrivi a stringere fra le mani, vivendo così, se non un pugno di mosche?
Un pugno di mosche, un pugno di ricordi.
Sei l'unico che non ho mai lasciato andare.
Sei l'unico dal quale non sono mai scappata.
Sei l'ennesima àncora? O sei il punto di partenza, al quale ritornerò, dopo aver fatto il giro del Mondo?
Non mi manchi. Ma ti penso. Anzi, penso a te.
Tutto qui.
La verità è che non posso fare l'amante a vita.
Delle amanti non resta traccia.
[E' la neve.
E' l'inverno che arriva e si porta dietro tutti gli altri inverni, i loro freddi.
E' la stanchezza, la settimana pesante, i sonni agitati.
E' la Vita, Agnese.
E' la Vita che chiama e alla quale tu hai paura di non saper rispondere, come sempre. E' la Vita che c'è e che tu non puoi ignorare. E' la Vita che tu sai vivere così.
E' che non ci sono solo te stesse cannibali e nascoste in fatiscenti casupole da mostrare agli altri.
E' la rabbia, lecita ma mai abbastanza.
E' che la responsabilità non la si può scagliare addosso agli altri, come le parole.
E' che vaffanculo.
E' che everybody needs somebody to love.
E' che ho lasciato le sigarette in macchina.
E' che ho fallito. Ho fallito, cazzo. E ho preferito indossare l'ennesima maschera piuttosto che farmi vedere vulnerabile e non-perfetta agli altri.
E' che non avere paura non significa non farsi domande.
E' che certe strade dovrei dimenticarle.
Altre smettere di volerle raddrizzare.
In certe strade, invece, divellere l'asfalto.
E' che il passato ritorna sempre, senza sangue, ma ugualmente doloroso.
E' che io di sguardi vivrei.
E' che... nelle parentesi c'è sempre più altrove.
E' che, comunque, non me ne vado.]
On air: Il silenzio della neve, del sabato pomeriggio, dei diari riletti, dei vecchi racconti.
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martedì 24 gennaio 2012
Kierkegaard, fottiti. With love.
E... no, non riesco a essere nervosa.
[Le mie frasi che iniziano con una congiunzione. L'italiano, Agnese, l'italiano. Ma no, è che probabilmente sono precedute da qualcosa che non scrivo, né dico. Ah, ecco.]
Non riesco a studiare con l'idea che domani darò un esame.
Leggo, come quando leggo i libri di cui m'innamoro.
Finisco un autore e scrivo in fondo agli appunti "Chapeau.", perché mi ha stupita.
Altrove lascio un "Wtf." a fianco di un paragrafo.
O un "Non avevi capito un cazzo."
O magari un un "Cvd.".
Studio perché voglio, non perché devo. Il manuale? Boh. Leggo i testi, funzionerà comunque?
Non ce la faccio. A tornare a fare le cose perché devo farle. Non ne sono più capace.
E' impossibile tornare indietro, una volta che hai sperimentato l'ebbrezza del fare qualcosa perché vuoi farlo.
Mi chiederò come farò mai a dare latino.
Ci penserò a tempo debito, iniziamo a dare filosofia domani.
Do-ma-ni.
[Ho sognato che l'esame si teneva sui bastioni di un castello; iniziava nella nebbia fitta del mattino e si concludeva con una splendente luna piena a illuminare me e il professore.
Mi chiedeva di Empedocle, ed era l'unica domanda da esame. Per il resto, era esattamente come stare in bilico sopra a un fossato.]
C'è qualcosa che devo scrivere.
Qualcosa che voglio scrivere, meglio.
C'è qualcosa. Che s'impiglia nei fili [il]logici della mia mente da giorni.
Magari stanotte. Magari domani. Magari chissà.
Forse, semplicemente, questa è la chiave.
Quando sei in auto con qualcuno che non vuoi ammazzare, inevitabilmente ti salvi, per quanta voglia tu possa avere di andarti a schiantare a 100 all'ora contro un muro.
Forse, questa è la chiave.
Torno ad Antifonte.
[Le mie frasi che iniziano con una congiunzione. L'italiano, Agnese, l'italiano. Ma no, è che probabilmente sono precedute da qualcosa che non scrivo, né dico. Ah, ecco.]
Non riesco a studiare con l'idea che domani darò un esame.
Leggo, come quando leggo i libri di cui m'innamoro.
Finisco un autore e scrivo in fondo agli appunti "Chapeau.", perché mi ha stupita.
Altrove lascio un "Wtf." a fianco di un paragrafo.
O un "Non avevi capito un cazzo."
O magari un un "Cvd.".
Studio perché voglio, non perché devo. Il manuale? Boh. Leggo i testi, funzionerà comunque?
Non ce la faccio. A tornare a fare le cose perché devo farle. Non ne sono più capace.
E' impossibile tornare indietro, una volta che hai sperimentato l'ebbrezza del fare qualcosa perché vuoi farlo.
Mi chiederò come farò mai a dare latino.
Ci penserò a tempo debito, iniziamo a dare filosofia domani.
Do-ma-ni.
[Ho sognato che l'esame si teneva sui bastioni di un castello; iniziava nella nebbia fitta del mattino e si concludeva con una splendente luna piena a illuminare me e il professore.
Mi chiedeva di Empedocle, ed era l'unica domanda da esame. Per il resto, era esattamente come stare in bilico sopra a un fossato.]
C'è qualcosa che devo scrivere.
Qualcosa che voglio scrivere, meglio.
C'è qualcosa. Che s'impiglia nei fili [il]logici della mia mente da giorni.
Magari stanotte. Magari domani. Magari chissà.
Forse, semplicemente, questa è la chiave.
Quando sei in auto con qualcuno che non vuoi ammazzare, inevitabilmente ti salvi, per quanta voglia tu possa avere di andarti a schiantare a 100 all'ora contro un muro.
Forse, questa è la chiave.
Torno ad Antifonte.
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mercoledì 18 gennaio 2012
530
Ci sono tre tipi di uomini: quelli che vivono davanti al mare, quelli che si spingono dentro il mare, e quelli che dal mare riescono a tornare, vivi.
Il resto, è solo un salto.
Il resto, è solo un salto.
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mercoledì 11 gennaio 2012
Strade, orbite, rotonde, cartoni della pizza che diventano casse per l'iPod e molto, molto, altro.
A volte, è nel buio che trovi la luce.
A volte, si ha bisogno di una strada, che affianchi il Lago con i suoi riflessi e le sue onde.
A volte, ci si mette in macchina e si guida, con un cd che ci si dimentica -o non si vuole- cambiare, non da sola.
[Non da sola.
A volte, le definizioni in negativo si rivelano estremamente utili.]
A volte, si sfiora un confine senza nemmeno accorgersene, pensando che sia stato il modo migliore con cui si sia mai svuotato il serbatoio della benzina.
A volte, si cambia programma e si apre una finestra, sul mare, sul futuro, su un tetto.
A volte, si trova una rotonda. Altre, nemmeno un posto dove invertire il senso di marcia.
A volte, si improvvisa.
A volte si torna a casa storditi, frastornati.
Dove siamo andate, dove sono stata, dove l'ho portata.
Gira un po' la testa.
Sono... visibile.
E senza parole, ancora.
Spero che il momento di dire "grazie" non arrivi mai.
A volte, si ha bisogno di una strada, che affianchi il Lago con i suoi riflessi e le sue onde.
A volte, ci si mette in macchina e si guida, con un cd che ci si dimentica -o non si vuole- cambiare, non da sola.
[Non da sola.
A volte, le definizioni in negativo si rivelano estremamente utili.]
A volte, si sfiora un confine senza nemmeno accorgersene, pensando che sia stato il modo migliore con cui si sia mai svuotato il serbatoio della benzina.
A volte, si cambia programma e si apre una finestra, sul mare, sul futuro, su un tetto.
A volte, si trova una rotonda. Altre, nemmeno un posto dove invertire il senso di marcia.
A volte, si improvvisa.
A volte si torna a casa storditi, frastornati.
Dove siamo andate, dove sono stata, dove l'ho portata.
Gira un po' la testa.
Sono... visibile.
E senza parole, ancora.
Spero che il momento di dire "grazie" non arrivi mai.
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giovedì 10 novembre 2011
Romanticamente fuori dalla Realtà
Ieri mi sono innamorata.
Sono uscita da Filosofia, nel petto il sussulto lieve di un cuore appena risvegliato da parole pronunciate secoli fa. Senza il cappotto, solo il vestito. C'era profumo di sole dopo la pioggia. Di quel sole che spunta nei pomeriggi autunnali, a illuminare di arancio i muri di Milano, ad accendere di turchese il cielo terso. Adoro quella luce. Come adoro respirare l'aria fredda: sa di pulito, di liscio, non ti tocca, ti sfiora. Alluminio.
Ho camminato per un po' per Milano, fino alla fermata della metro.
Ad aspettare il treno con me c'era un mio compagno di corso. L'avevo già notato (classico tipo solitario, alternativo, con lo sguardo sfuggente di chi non vuole più fuggire... insomma, uno dei classici tipi che, di solito, attirano la mia attenzione), ma, forse, lui non aveva ancora notato me.
In metro eravamo entrambi in piedi, lui dietro di me. Rimango sempre in piedi, in metro, ma ieri, appena si è liberato un posto, mi sono seduta, ho tirato fuori dalla borsa un libro e ho iniziato a leggere e rileggere una frase a caso. Non so perché m'innervosisse, il fatto che ci fosse qualcuno di "non proprio sconosciuto". Era come se, in sospeso, fra gli sguardi che saettavano indecisi da una parte all'altra del vagone, ci fosse qualcosa che dovesse essere detto. E io l'avrei anche detto, quel qualcosa, ma lui aveva dei fantastici auricolari alle orecchie.
Scendiamo, entrambi in Centrale. Mi fermo a cercare il cellulare nella borsa, e lo perdo di vista. Esco dalla metro e lo ritrovo, dieci-quindici metri avanti a me. Si volta leggermente, mi vede, vede che io l'ho visto, e rallenta il passo. Lo raggiungo. Camminiamo paralleli, alla distanza di qualche braccio.
Io sorrido, sinceramente divertita dalla situazione.
Mi sembra un gioco per gatti. Di gatti.
Lo precedo, mi porto un po' avanti. Entro alla Feltrinelli.
Tengo la porta aperta per fare entrare una signora, il sole mi batte negli occhi rendendomi pressoché cieca.
Sto per lasciare il maniglione di plastica rossa quando lo scorgo arrivare. Rimango lì, ad aspettarlo, con una porta aperta in mano.
Arriva, rallenta, ferma la porta che io sto lasciando. Ci guardiamo per un attimo.
-Grazie.- mormora. Ha degli occhi grigio- azzurri che mi sanno troppo di mare invernale perché non desideri tuffarmici dentro.
-Prego.- rispondo, con qualche istante di ritardo. Sorrido, mi volto, m'immergo nel labirinto di libri e scaffali.
Lo chignon nel quale annodo i capelli cede, lasciando libera e anarchica la mia indisciplinata criniera. Tento d'imporre un ordine a quel Caos biondo che sono i miei capelli, ci rinuncio dopo poco, e inizio a scrutare il retro di un libro a caso (non ne ricordo nemmeno il titolo, forse era Dostoevskij, mah.)
Mi sposto di scaffale in scaffale toccando libri diversi, senza una logica. Lui mi segue, un libro in mano, auricolari sempre nelle orecchie, e lo sguardo che rimbalza da un libro all'altro di quelli che attirano la mia attenzione.
Titoli come briciole di un'ipotetica Hansel?
Ad un tratto ci ritroviamo a guardarci. Entrambi con un libro in mano.
Improvvisamente lui si volta e raggiunge le scale mobili. Sale. Aspetto un attimo. Poi lo seguo.
Il gioco si ripete, ma ora sono io a seguire le sue tracce, lasciate sulle copertine e sui titoli dei cd musicali.
[ottimi gusti, ndr]
Dentro di me spero che lui abbia pensato la stessa cosa rispetto alle mie preferenze narrative.
A quel punto mi fermo. Manca ancora un piano. Lui si è tolto gli auricolari, che sta arrotolando attorno al lettore mp3 con lentezza e precisione così esasperate da stonare, fra le dita di un ragazzo.
Me ne vado. Sì, decido di andarmene.
Esco, passandogli di fianco, improvvisa e rapida come un fruscio di foglie mosse dal vento. Senza guardarlo, senza dire nulla, ma portandomi il suo sguardo fra le scapole, fino alla porta.
Non mi parlare. Non conosciamoci. Rimaniamo due che si sono innamorati fra il profumo dei libri e la luce di un tardo pomeriggio autunnale. Lascia che io scriva di te, lasciami sulla soglia del tuo universo, non lasciare che io tenti maldestramente di amarti.
Romanticamente fuori dalla Realtà.
Ci vediamo lunedì, abbiamo entrambi un appuntamento con Platone.
Universi. O persone. Scegliete il nome che preferite. Anche buchi neri è un'ottima alternativa.
Notte in bianco, macchiata da qualche sogno contorto di tanto in tanto, trascorsa a leggere e a scrivere.
Alba su un fiume coperto di nebbia. Ho guardato partire il mio treno fumando una sigaretta e ascoltando i Placebo.
Oggi la luce è un po' troppo luminosa, ieri era più discreta. Mi sa che vado a dormire. Non ho sonno, però.
Sono uscita da Filosofia, nel petto il sussulto lieve di un cuore appena risvegliato da parole pronunciate secoli fa. Senza il cappotto, solo il vestito. C'era profumo di sole dopo la pioggia. Di quel sole che spunta nei pomeriggi autunnali, a illuminare di arancio i muri di Milano, ad accendere di turchese il cielo terso. Adoro quella luce. Come adoro respirare l'aria fredda: sa di pulito, di liscio, non ti tocca, ti sfiora. Alluminio.
Ho camminato per un po' per Milano, fino alla fermata della metro.
Ad aspettare il treno con me c'era un mio compagno di corso. L'avevo già notato (classico tipo solitario, alternativo, con lo sguardo sfuggente di chi non vuole più fuggire... insomma, uno dei classici tipi che, di solito, attirano la mia attenzione), ma, forse, lui non aveva ancora notato me.
In metro eravamo entrambi in piedi, lui dietro di me. Rimango sempre in piedi, in metro, ma ieri, appena si è liberato un posto, mi sono seduta, ho tirato fuori dalla borsa un libro e ho iniziato a leggere e rileggere una frase a caso. Non so perché m'innervosisse, il fatto che ci fosse qualcuno di "non proprio sconosciuto". Era come se, in sospeso, fra gli sguardi che saettavano indecisi da una parte all'altra del vagone, ci fosse qualcosa che dovesse essere detto. E io l'avrei anche detto, quel qualcosa, ma lui aveva dei fantastici auricolari alle orecchie.
Scendiamo, entrambi in Centrale. Mi fermo a cercare il cellulare nella borsa, e lo perdo di vista. Esco dalla metro e lo ritrovo, dieci-quindici metri avanti a me. Si volta leggermente, mi vede, vede che io l'ho visto, e rallenta il passo. Lo raggiungo. Camminiamo paralleli, alla distanza di qualche braccio.
Io sorrido, sinceramente divertita dalla situazione.
Mi sembra un gioco per gatti. Di gatti.
Lo precedo, mi porto un po' avanti. Entro alla Feltrinelli.
Tengo la porta aperta per fare entrare una signora, il sole mi batte negli occhi rendendomi pressoché cieca.
Sto per lasciare il maniglione di plastica rossa quando lo scorgo arrivare. Rimango lì, ad aspettarlo, con una porta aperta in mano.
Arriva, rallenta, ferma la porta che io sto lasciando. Ci guardiamo per un attimo.
-Grazie.- mormora. Ha degli occhi grigio- azzurri che mi sanno troppo di mare invernale perché non desideri tuffarmici dentro.
-Prego.- rispondo, con qualche istante di ritardo. Sorrido, mi volto, m'immergo nel labirinto di libri e scaffali.
Lo chignon nel quale annodo i capelli cede, lasciando libera e anarchica la mia indisciplinata criniera. Tento d'imporre un ordine a quel Caos biondo che sono i miei capelli, ci rinuncio dopo poco, e inizio a scrutare il retro di un libro a caso (non ne ricordo nemmeno il titolo, forse era Dostoevskij, mah.)
Mi sposto di scaffale in scaffale toccando libri diversi, senza una logica. Lui mi segue, un libro in mano, auricolari sempre nelle orecchie, e lo sguardo che rimbalza da un libro all'altro di quelli che attirano la mia attenzione.
Titoli come briciole di un'ipotetica Hansel?
Ad un tratto ci ritroviamo a guardarci. Entrambi con un libro in mano.
Improvvisamente lui si volta e raggiunge le scale mobili. Sale. Aspetto un attimo. Poi lo seguo.
Il gioco si ripete, ma ora sono io a seguire le sue tracce, lasciate sulle copertine e sui titoli dei cd musicali.
[ottimi gusti, ndr]
Dentro di me spero che lui abbia pensato la stessa cosa rispetto alle mie preferenze narrative.
A quel punto mi fermo. Manca ancora un piano. Lui si è tolto gli auricolari, che sta arrotolando attorno al lettore mp3 con lentezza e precisione così esasperate da stonare, fra le dita di un ragazzo.
Me ne vado. Sì, decido di andarmene.
Esco, passandogli di fianco, improvvisa e rapida come un fruscio di foglie mosse dal vento. Senza guardarlo, senza dire nulla, ma portandomi il suo sguardo fra le scapole, fino alla porta.
Non mi parlare. Non conosciamoci. Rimaniamo due che si sono innamorati fra il profumo dei libri e la luce di un tardo pomeriggio autunnale. Lascia che io scriva di te, lasciami sulla soglia del tuo universo, non lasciare che io tenti maldestramente di amarti.
Romanticamente fuori dalla Realtà.
Ci vediamo lunedì, abbiamo entrambi un appuntamento con Platone.
Universi. O persone. Scegliete il nome che preferite. Anche buchi neri è un'ottima alternativa.
Notte in bianco, macchiata da qualche sogno contorto di tanto in tanto, trascorsa a leggere e a scrivere.
Alba su un fiume coperto di nebbia. Ho guardato partire il mio treno fumando una sigaretta e ascoltando i Placebo.
Oggi la luce è un po' troppo luminosa, ieri era più discreta. Mi sa che vado a dormire. Non ho sonno, però.
venerdì 4 novembre 2011
Lupo solitario.
Capiamoci. Io sono una solitaria. Asociale. Snob. Indipendente. Selvatica. Definitemi come volete, ma, sì, io sono una solitaria.
Però... certi giorni.
Certi giorni vorrei qualcuno a guardarmi.
Vorrei qualcuno con cui fingere di vedere un film sul divano.
Vorrei qualcuno con il quale preparare il pranzo e dimenticarmi di mangiarlo.
Vorrei qualcuno che mi sfilasse il maglione morbido e largo che indosso come vestito oggi.
Vorrei qualcuno da baciare sotto questa pioggia, lasciando cadere l'ombrello per abbracciarlo.
Melensa.
Però... certi giorni.
Certi giorni vorrei qualcuno a guardarmi.
Vorrei qualcuno con cui fingere di vedere un film sul divano.
Vorrei qualcuno con il quale preparare il pranzo e dimenticarmi di mangiarlo.
Vorrei qualcuno che mi sfilasse il maglione morbido e largo che indosso come vestito oggi.
Vorrei qualcuno da baciare sotto questa pioggia, lasciando cadere l'ombrello per abbracciarlo.
Melensa.
mercoledì 2 novembre 2011
Memories
Ricordati di me, sbriciolato croissant avanzato.
Ricordati di me, capelli e sguardi indisciplinati.
Ricordati di me, domande affilate in riva a un fiume.
Ricordati di me, zucchero sciolto non nel caffè, ma nei
racconti.
Ricordati di me, notti senza nomi divorate da albe
fameliche.
Ricordati di me, gocce di pioggia che imperlano il
parabrezza di un’auto.
Ricordati di me, abisso e spiaggia.
Ricordati di me, jeans strappati, graffi sulla pelle, baci
voraci.
Ricordati di me, fili dorati su lenzuola blu.
Ricordati di me, troppo audace per fare la cosa giusta.
Ricordati di me, Musa e Condanna, Complice e Compagna.
Ricordati di me, cioccolato che si fonde e pinoli tostati.
Ricordati di me, sentieri tracciati in foreste di numeri.
Ricordati di me, inquieta e inquietante.
Ricordati di me, fragile come il cristallo.
Ricordati di me, passeggiare per mano sull’orlo del Baratro.
Ricordati di me, gatto che ti piombava in casa, svegliandoti
e chiedendoti un caffè, con occhi rossi e lacrime da sfogare.
Ricordati di me, pause pranzo assurde, tristi e ridicole,
tuffi nel vuoto e gelati… tutto così lontano…
Ricordati di me, fra le pagine dei libri, fra le parole che
sgorgano da una penna, fra le emozioni che, forse, ancora, stillano grida dagli
sguardi.
Ricordami di te, nero di taccuino e d’inchiostro, di notti e
di fondi di caffè.
Ricordami di te, ciotola del gatto nella quale continuo ad
inciampare.
Ricordami di te, meravigliose prose o poesie, che mi chiedo
che voce abbiano, lette da te.
Ricordami di te, Parigi che ho sempre amato.
Ricordami di te, canzoni e canzoni, pentagrammi di coltelli
e pugnali.
Ricordami di te, pelle sulla pelle.
Ricordarmi di te, e delle tue mani sulla mia schiena.
Ricordami di te, ascensori e panchine.
Ricordami di te, di te amico, e di quanto mi manchi
dannatamente.
Ricordami di te, telefonate nel cuore della notte, bolle
infrante, sogni incoscienti.
Ricordami di te, scavi psicologici e tecnologia.
Ricordami di te, delusione che brucia come rovente ferro nelle
viscere.
Ricordami di te, sguardi come pietre che mi si scagliano addosso.
Ricordami di te, nella solitudine di notti senza sonno né sogni.
Ricordami di te, che ora non hai più parole.
Ricordami di te, mentre contemplo l’enorme cratere di questo
Vuoto.
Ricordami di te, cicatrici e cicatrice.
venerdì 28 ottobre 2011
Qui c'è bisogno di Senso.
Mi piace così tanto il sole in autunno.
Cammino a lato di una pista ciclabile, sul marciapiede affiancato da una fila ordinata di alberi. Mi godo questa luce meravigliosa. Osservo il lago e sorrido, con sulle labbra l'amarezza di ricordi troppo dolci.
Io... io non so davvero che cosa avessi in testa. Che cosa sperassi.
Quali sono i valori imprescindibili per una persona? O, meglio, in base a che cosa si scelgono i propri valori?
Scendo dal marciapiede e attraverso il prato verdissimo che separa la pista ciclabile dalla riva del lago.
Mi avvicino all'acqua. Lascio che le onde lambiscano gli stivali di cuoio marrone. Onde innocenti.
C'è un lago dietro di loro. Eppure, da qui, da questo inquieto ma ritmico sciabordio, questo bacino d'acqua non è in grado di far altro se non inumidire leggermente le suole.
Mi siedo -questi jeans si sono già seduti su abbastanza treni, muretti, scale e sedie di bar affollati per scandalizzarsi per qualche granello di sabbia umida-, e mi accendo una sigaretta. L'ennesima.
Guardo il pacchetto quasi vuoto e fermo il mio cervello prima che arrivi a ricordarsi quanti (pochi) giorni fa è stato comprato.
Non so più quanto sia davvero giusto. Vivere qui, vivere così. Senza una casa che mi faccia sentire a casa, errabonda per strade e città, figlia adottiva del Nulla, personaggio in cerca di Autore, specchio senza riflesso, ombra senza contorno. Se sia giusto non porsi mai limiti. Non avere limiti.
Se sia giusto sacrificare la propria esistenza a un Dio chiamato Vita.
Vita. Vita quella che uccide, sia ben chiaro.
Quella che ti fa tradire fiducia e amicizia per l'Amore.
Quella che ti fa accettare il dolore come metro di paragone, perché soffrendo hai provato le più intense emozioni di sempre.
Quella che non ti fa dormire, che ti fa sentire folle, quella che ti lascia sola. Ma sola davvero.
Quella che ti distrugge e ti sfianca.
Ma... ma che è così maledettamente... viva.
Viva. Non ha un suono meraviglioso?
Spengo la sigaretta. Esalo il fumo dell'ultimo tiro, nuvola grigia che scaturisce da labbra dischiuse.
Ma io mi chiedo. Questa, questa cosa folle e bellissima, intensa e suicida, è davvero vita?
O vivere è un'altra cosa?
E, se fosse davvero questa, la Vita Vera, perché mi sento così? Perché finisco per fare certe cose?
Perché c'è sempre del sangue e della lacrime? Perché stamattina non mi sarei mai alzata dal letto e perché non riesco a stare a casa da sola senza distruggermi?
Perché?
Qui c'è bisogno di Senso.
Cammino a lato di una pista ciclabile, sul marciapiede affiancato da una fila ordinata di alberi. Mi godo questa luce meravigliosa. Osservo il lago e sorrido, con sulle labbra l'amarezza di ricordi troppo dolci.
Io... io non so davvero che cosa avessi in testa. Che cosa sperassi.
Quali sono i valori imprescindibili per una persona? O, meglio, in base a che cosa si scelgono i propri valori?
Scendo dal marciapiede e attraverso il prato verdissimo che separa la pista ciclabile dalla riva del lago.
Mi avvicino all'acqua. Lascio che le onde lambiscano gli stivali di cuoio marrone. Onde innocenti.
C'è un lago dietro di loro. Eppure, da qui, da questo inquieto ma ritmico sciabordio, questo bacino d'acqua non è in grado di far altro se non inumidire leggermente le suole.
Mi siedo -questi jeans si sono già seduti su abbastanza treni, muretti, scale e sedie di bar affollati per scandalizzarsi per qualche granello di sabbia umida-, e mi accendo una sigaretta. L'ennesima.
Guardo il pacchetto quasi vuoto e fermo il mio cervello prima che arrivi a ricordarsi quanti (pochi) giorni fa è stato comprato.
Non so più quanto sia davvero giusto. Vivere qui, vivere così. Senza una casa che mi faccia sentire a casa, errabonda per strade e città, figlia adottiva del Nulla, personaggio in cerca di Autore, specchio senza riflesso, ombra senza contorno. Se sia giusto non porsi mai limiti. Non avere limiti.
Se sia giusto sacrificare la propria esistenza a un Dio chiamato Vita.
Vita. Vita quella che uccide, sia ben chiaro.
Quella che ti fa tradire fiducia e amicizia per l'Amore.
Quella che ti fa accettare il dolore come metro di paragone, perché soffrendo hai provato le più intense emozioni di sempre.
Quella che non ti fa dormire, che ti fa sentire folle, quella che ti lascia sola. Ma sola davvero.
Quella che ti distrugge e ti sfianca.
Ma... ma che è così maledettamente... viva.
Viva. Non ha un suono meraviglioso?
Spengo la sigaretta. Esalo il fumo dell'ultimo tiro, nuvola grigia che scaturisce da labbra dischiuse.
Ma io mi chiedo. Questa, questa cosa folle e bellissima, intensa e suicida, è davvero vita?
O vivere è un'altra cosa?
E, se fosse davvero questa, la Vita Vera, perché mi sento così? Perché finisco per fare certe cose?
Perché c'è sempre del sangue e della lacrime? Perché stamattina non mi sarei mai alzata dal letto e perché non riesco a stare a casa da sola senza distruggermi?
Perché?
Qui c'è bisogno di Senso.
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