giovedì 10 novembre 2011

Romanticamente fuori dalla Realtà

Ieri mi sono innamorata. 


Sono uscita da Filosofia, nel petto il sussulto lieve di un cuore appena risvegliato da parole pronunciate secoli fa. Senza il cappotto, solo il vestito. C'era profumo di sole dopo la pioggia. Di quel sole che spunta nei pomeriggi autunnali, a illuminare di arancio i muri di Milano, ad accendere di turchese il cielo terso. Adoro quella luce. Come adoro respirare l'aria fredda: sa di pulito, di liscio, non ti tocca, ti sfiora. Alluminio. 
Ho camminato per un po' per Milano, fino alla fermata della metro. 
Ad aspettare il treno con me c'era un mio compagno di corso. L'avevo già notato (classico tipo solitario, alternativo, con lo sguardo sfuggente di chi non vuole più fuggire... insomma, uno dei classici tipi che, di solito, attirano la mia attenzione), ma, forse, lui non aveva ancora notato me. 
In metro eravamo entrambi in piedi, lui dietro di me. Rimango sempre in piedi, in metro, ma ieri, appena si è liberato un posto, mi sono seduta, ho tirato fuori dalla borsa un libro e ho iniziato a leggere e rileggere una frase a caso. Non so perché m'innervosisse, il fatto che ci fosse qualcuno di "non proprio sconosciuto". Era come se, in sospeso, fra gli sguardi che saettavano indecisi da una parte all'altra del vagone, ci fosse qualcosa che dovesse essere detto. E io l'avrei anche detto, quel qualcosa, ma lui aveva dei fantastici auricolari alle orecchie. 


Scendiamo, entrambi in Centrale. Mi fermo a cercare il cellulare nella borsa, e lo perdo di vista. Esco dalla metro e lo ritrovo, dieci-quindici metri avanti a me. Si volta leggermente, mi vede, vede che io l'ho visto, e rallenta il passo. Lo raggiungo. Camminiamo paralleli, alla distanza di qualche braccio. 
Io sorrido, sinceramente divertita dalla situazione. 
Mi sembra un gioco per gatti. Di gatti. 


Lo precedo, mi porto un po' avanti. Entro alla Feltrinelli. 
Tengo la porta aperta per fare entrare una signora, il sole mi batte negli occhi rendendomi pressoché cieca. 
Sto per lasciare il maniglione di plastica rossa quando lo scorgo arrivare. Rimango lì, ad aspettarlo, con una porta aperta in mano. 
Arriva, rallenta, ferma la porta che io sto lasciando. Ci guardiamo per un attimo. 
-Grazie.- mormora. Ha degli occhi grigio- azzurri che mi sanno troppo di mare invernale perché non desideri tuffarmici dentro. 
-Prego.- rispondo, con qualche istante di ritardo. Sorrido, mi volto, m'immergo nel labirinto di libri e scaffali. 
Lo chignon nel quale annodo i capelli cede, lasciando libera e anarchica la mia indisciplinata criniera. Tento d'imporre un ordine a quel Caos biondo che sono i miei capelli, ci rinuncio dopo poco, e inizio a scrutare il retro di un libro a caso (non ne ricordo nemmeno il titolo, forse era Dostoevskij, mah.)
Mi sposto di scaffale in scaffale toccando libri diversi, senza una logica. Lui mi segue, un libro in mano, auricolari sempre nelle orecchie, e lo sguardo che rimbalza da un libro all'altro di quelli che attirano la mia attenzione. 
Titoli come briciole di un'ipotetica Hansel?


Ad un tratto ci ritroviamo a guardarci. Entrambi con un libro in mano. 
Improvvisamente lui si volta e raggiunge le scale mobili. Sale. Aspetto un attimo. Poi lo seguo. 
Il gioco si ripete, ma ora sono io a seguire le sue tracce, lasciate sulle copertine e sui titoli dei cd musicali. 
[ottimi gusti, ndr
Dentro di me spero che lui abbia pensato la stessa cosa rispetto alle mie preferenze narrative. 


A quel punto mi fermo. Manca ancora un piano. Lui si è tolto gli auricolari, che sta arrotolando attorno al lettore mp3 con lentezza e precisione così esasperate da stonare, fra le dita di un ragazzo. 


Me ne vado. Sì, decido di andarmene.
Esco, passandogli di fianco, improvvisa e rapida come un fruscio di foglie mosse dal vento. Senza guardarlo, senza dire nulla, ma portandomi il suo sguardo fra le scapole, fino alla porta. 


Non mi parlare. Non conosciamoci. Rimaniamo due che si sono innamorati fra il profumo dei libri e la luce di un tardo pomeriggio autunnale. Lascia che io scriva di te, lasciami sulla soglia del tuo universo, non lasciare che io tenti maldestramente di amarti.


Romanticamente fuori dalla Realtà.


Ci vediamo lunedì, abbiamo entrambi un appuntamento con Platone. 


Universi. O persone. Scegliete il nome che preferite. Anche buchi neri è un'ottima alternativa. 


Notte in bianco, macchiata da qualche sogno contorto di tanto in tanto, trascorsa a leggere e a scrivere. 
Alba su un fiume coperto di nebbia. Ho guardato partire il mio treno fumando una sigaretta e ascoltando i Placebo. 
Oggi la luce è un po' troppo luminosa, ieri era più discreta. Mi sa che vado a dormire. Non ho sonno, però. 

2 commenti:

  1. Delizioso. Inutile a dirsi, capita spesso anche a me, quasi sempre con esiti comici piuttosto che romantici. Cioè, sono cose che io vivo in modo molto intenso, ci rimango sotto per giorni interni.
    Roba tosta.
    Ma tanto materiale narrativo.

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  2. Ahahah. E pensare che di solito li vivo come semplici film mentali che la mia mente si crea, totalmente distaccati da ciò che sta realmente accadendo. In parte lo sono, sicuramente. In parte sono spiragli di ciò che potrebbe accadere, ma che noi scegliamo di non far accadere. Opportunità lasciate scivolare via. Forse. Non sono così pessimista, per una volta.

    Materiale narrativo, sul filone romantico, se ne trova a bizzeffe. Semplicemente aprendo gli occhi.

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