Visualizzazione post con etichetta self portraits. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta self portraits. Mostra tutti i post

venerdì 15 giugno 2012

A me la mossa, again.


Sta a me. Ora sta a me.

Arriviamo in contemporanea, stamattina. Lei leggermente in ritardo, io casualmente in anticipo. 
Scende dalla bicicletta. Abito rosa antico, cintura sottile, di cuoio, in vita. Orecchini pendenti, molto lunghi, con due perle a goccia in fondo.
Occhi di quell’azzurro-grigio che ho notato la prima volta.
La prima volta… me la ricordo? Era… dicembre. Avevo lasciato da due settimane la clinica di Milano.
Faceva freddo, aveva appena smesso di nevicare. Avevamo appuntamento alle 18. Via, numero civico.
-Credo sia questo… sì, è il suo cognome.
Mia madre che osserva il palazzo e commenta con un: -Certo, quella di prima aveva uno studio un po’ più promettente…
C’era un buon profumo sulle scale. Pulito. Caldo, ma non soffocante. Tiepido.
Salivo cercando di non produrre rumori. “Non la sento mai arrivare, sembra un gatto.”, mi aveva detto, una volta, l’altra dottoressa.
Secondo piano. Porta di sinistra. Si apre.
-Buonasera.- voce soffusa, velata. Sorriso. Occhi azzurro-grigio che mi guardano e tentano di non farmi scappare, da subito.
Sapevo di avere occhi scuri e diffidenti. Sguardo distaccato, razionale.
Ero spaventata, sulla difensiva, arrabbiata. Come ogni volta che dovevo conoscere un nuovo medico.
Stretta di mano.
Mi hanno sempre fatto i complimenti per la mia stretta di mano. Soprattutto gli uomini. Mi guardano, increduli, e commentano con un “Però.”, di solito.
Le strette di mano deboli sono come la birra calda.
La sua stretta di mano fu decisa, ma non prevaricatrice. Come il suo sguardo.
Lo apprezzai, senza darlo a vedere. Ovviamente.

Entrammo in quello studio, e mentre mia madre spiegava la mia inspiegabile vita, io assimilavo dettagli. Il tono di azzurro delle pareti, azzurro scuro. La luce, che proveniva da una lampada posata su un mobile lungo e basso, e che sembrava sdraiarsi sulla tonalità di quei muri, accarezzarla.
Le finestre. Alte, con gli infissi dipinti di bianco. I vetri sottili.
La libreria.
Due poltroncine a righe, che dopo un anno sarebbero state sostituite e sistemate nella sala d’aspetto.
La scrivania e le sedie antiche, di pregiato legno scuro. Lo toccai, mentre mia madre parlava, seguendo le venature di quel legno, soffermandomi sui nodi.
Indossavo un vestito di cachemire grigio. Con lo scollo a barca. 
Collant leggere, grigio scuro.
Chignon, forse.
Ero minuscola. Occupavo un terzo di quella sedia.

Quando uscimmo, aveva ripreso a nevicare.
-Mettiti il cappotto.
-No.
Volevo credere in qualcosa. Fosse stato il gelo di quella neve, volevo crederci fino alle viscere.

I primi mesi sono sempre faticosi. Si ricostruisce la propria vita, si scava, si trivella, si apre il passato come si aprono le carni. È di una violenza inaudita.
Uscivo da scuola, infilavo gli auricolari dell’iPod, prendevo il treno, dormivo, arrivavo, camminavo, toglievo gli auricolari dell’iPod, 45 minuti, rimettevo gli auricolari dell’iPod, riprendevo il treno, arrivavo, camminavo, entravo in casa, mi sdraiavo sul letto, rimanevo lì tutto il pomeriggio, al buio.
Studiavo la notte.
Il primo anno non piansi una lacrima. Il primo anno mi sedevo e rimanevo in quella posizione durante tutta la seduta. Il primo anno restavo in silenzio. Il primo anno ci osservavamo.
Il primo anno mi sentivo in colpa. Il primo anno soffocavo nell’egocentrismo di quei quarantacinque minuti della vita di una persona spesi ad ascoltare me, che non avevo altro da raccontare se non i miei fallimenti, le mie discussioni con mia madre e la mia vita da adolescente depressa del cazzo. Il primo anno mi vestivo sempre di nero. Il primo anno c’erano due sedute a settimana.
Il secondo anno iniziò con un “Sto concretamente pensando al suicidio.”
Proseguì con mesi di razionale autoanalisi. Parlavo. Non volevo domande.  
-E’ gelida come un’assassina.
-L’anoressia non è altro che la tortura di una morte lenta a sopraggiungere, in fondo.
Mesi che si conclusero con quarantacinque minuti di pianto incontrollato. La disperazione. Eravamo arrivate alla disperazione. Finalmente.

Dopo? Dopo abbiamo iniziato a costruire. Perché io non dovevo ricostruire, dovevo costruire.
L’anoressia scomparve. Benvenuta, bulimia.
L’anoressia è rimasta solo in pubblico. Nel privato, ho trovato una ben peggiore compagna.
Il cervello si rifiuta di impiantare qualcosa di stabile e sicuro, quando è abituato a dover, prima o poi, rinunciare a tutto.
I disturbi alimentari non sono che un’eccezionale metafora: vuoi scomparire e allora smetti di nutrirti, credi di non contare nulla per gli altri, al punto da voler occupare meno spazio possibile nelle loro vite, e allora dimagrisci, per occupare meno spazio possibile anche nella realtà, arrivi a considerare il cibo come qualcosa di sbagliato, profondamente sbagliato, poi, chissà come, ricominci a mangiare, e allora vomiti, perché il cibo rimane sbagliato, insensato, un veleno incapace, ora, farti bene.
Semplice.

La fine del Liceo, la non-scelta dell’Università, le mille persone, la rinuncia agli studi, quel lavoro di merda, l’altro lavoro.
-E’ fidanzato, e allora, Agnese?
Era una brava dottoressa. Sapeva instillare il dubbio alla perfezione.
-Indovini? Ho fatto quella cazzata che, un mese fa, le ho detto non avrei mai potuto fare.
Secondo corso di Laurea. La fatica dell’autunno.
-E’ finita, ieri sera. E, sempre ieri sera, mio padre, all’una, se n’è andato, per l’ennesima volta. E… pensi, io oggi compio vent’anni.
Ottobre. Novembre. Dicembre.
Il lavoro in libreria. Altre persone, Persone.
Sei mesi. Di Tutto. Di sedute saltate, di sedute svogliate, di sedute in lacrime, di sedute bastarde, di sedute arrabbiate, sedute preoccupate. Di me in jeans bucati e canottiera. Di me in stivali, vestito e occhiali da vista. Di me perfettamente truccata. Completamente struccata. In ritardo. Seduta, svaccata, gambe accavallate, gambe incrociate, una gamba piegata sotto il sedere. Chignon, capelli sciolti, coda, treccia.
Di “oh, ha messo il lettino”, e io rimango seduta.

Di: -Dottoressa, io vorrei interrompere la terapia.

Siamo salite, stamattina. Insieme.
I gradini hanno scricchiolato, come quella sera di dicembre.
Mi sono seduta davanti alla scrivania, come quella sera di dicembre.
-Sta a me, ora.
-Sta a lei.
-Ci vediamo a settembre, allora, vediamo come va. Ma si ricordi che i disturbi alimentari sono inequivocabile segno di qualcosa che continua a non andare.
Ho sorriso. Mentre un brivido mi congelava la colonna vertebrale.
Ho salutato quelle pareti azzurre, uscendo. Le finestre aperte. La lampada, spenta. L’odiato lettino. La libreria, dove ora albergano anche numeri di Arabica. Le sedie a righe della sala d’attesa.
Ho salutato, con gli occhi, tutti questi anni.  

Io non so se ce la faccio. Ma ora sta a me. 

sabato 24 marzo 2012

Did I say that I need you?

E, alla fine, altro non siamo se non Vite che s'intrecciano, che s'intersecano, che s'incastrano.
Ho un Oceano che si agita, turbato da venti e tempeste, nella mia testa. 
Troppi sbalzi d'umore, nemmeno me stessa riesce a starmi dietro. 
3- 4- 3- 2- 1 + 1/2- 2, le ore di sonno di questa settimana. 
Una Vita fatta di cocci che tenta di ricomporsi. 
Nessun libro che sia possibile leggere, se non quello. 

Precarietà. Paura. Vertigine.
Abisso. Baratro. Albatro. 
Milano. Sera. Solo un'ombra. 
Letto. Lenzuola. Braccia. 
Pezzi-di-me.

Alba. Luci. 
Oceano. Mare. 
In-stabile.
In-quieta.
Per-turbata.
Universi.
Persone.


[E non state a controllare la metrica, la sintassi, i cazzi e i mazzi, oggi non me ne frega niente, oggi batto le sensazioni, su questa tastiera, senza filtri, senza rileggere.]

Casa, dove sei?
Tu, dove sei?
Me stessa, dove sei?

Né Bene né Male, solo irrequietezza. 

Inchiodata a te. Inchiodata a me.
Non te ne andare. 
Non ti lascio andare. 

venerdì 9 marzo 2012

Speechless

Certe notti accadono.
Certe notti ti esplode il cuore.
Certe notti rimani a guardarti spaccata in due.
Certe notti ti sfuggono parole fra le dita, fra i baci, fra gli sguardi.
Certe notti ti chiedi come sia possibile, tutta quella Vita.
Certe notti non sai nemmeno come descriverle.


Siete Luci nel mio Abisso.

domenica 26 febbraio 2012

Albatros


Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d'angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.


Ogni mattina, Alda Merini



La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia.

La pazzia mi visita almeno due volte al giorno.


Mi sono sempre uccisa da sola.

mercoledì 22 febbraio 2012

Prove di convivenza 1.0


Mi sono persa una giornata. 
In senso fisico, temporale, concreto. Ho dormito per circa 30 ore. 
Un po' la febbre. Un po' il mal di testa. Un po' la vita che non ti risparmia e che tu sei lì ad aspettare.
I miei occhi hanno una strana linea color grigio scuro a contornare l'iride, oggi. 
Sono... tranquilli. Placidi. Lucidi. Sembrano liquidi. 
Non mi sto ponendo troppe domande. 
Ho le emozioni a fior di pelle. 
Ricordi notevoli. 
Crisi d'astinenza. 
Un film che non riuscirò più a guardare da sola, probabilmente. 
Mani. Occhi. Lacrime. Sorrisi.
L'amicizia sembra un sentimento troppo umano per poter racchiudere tutto questo.


Finirete per salvarmi, voi due.

martedì 31 gennaio 2012

Saltiamo. Ti prego, saltiamo.


Quest'insostenibile voglia di piangere. 
[Bisogno, anzi.]
Quest'incredibile voglia di un abbraccio, sebbene non lo sappia né dare, né ricevere.
[Bisogno, anzi, ancora.]
Questa sussurrata quanto disperata voglia di qualcuno che si prenda cura di me, di ciò che sono, che mi smonti e mi rimonti nel verso giusto.
[Bisogno, sì, lo so, sempre quello.]


Take me home. 
Portami in una casa che sia casa. Dove faccia caldo. 
Caldo. Calore. 
Faceva più caldo stanotte sotto la neve, a mani nude e con le Superga ai piedi, piuttosto che ora, qui, in questa stanza dalle pareti fra il vuoto e quello con cui vorrei riempirle, fra il disordine nel quale respiro e l'ordine che cerca di essere imposto, fra quello che sono, quello che dovrei essere, e quello che vorrei essere.


Dio, a volte vorrei semplicemente essere presa in braccio da qualcuno, ed essere portata via. 
Via da me stessa e da tutto questo che, ora, è un labirinto dal quale non so più uscire.
Mi ci hanno portata e ora sono qui, nel mezzo, fra siepi altissime e al buio, senza un'indicazione, una strada tracciata da seguire, per uscirne. 
Io... io non so che fare.
Io. non. so. che. fare. 
Qualcuno può dirmelo?


Non le voglio, ho smesso di cercarle. 
Ma, ogni tanto, una risposta, il paliativo di un punto fermo e sicuro, farebbe bene. 
Se non bene, meglio. 


Ho sempre pensato che ci si salvasse da soli. 
Ho imparato a credere che confidare negli altri non porta da nessuna parte. 
Non ho mai chiesto, davvero, a qualcuno di essere accompagnata.
Non ho mai cercato qualcuno sul quale contare. 
Mi sono dimenticata come si chiede aiuto. 


[E mentre scrivo tutto ciò, nella mia testa risuona la voce di chi mi ha sempre ripetuto che i deboli non si sanno salvare, i deboli hanno bisogno di aiuto, i deboli non hanno sufficiente forza di volontà.
Allora sono debole?
Va bene, sono debole. 
E appurato ciò? Ora che lo sai? 
Non sono degna di stare bene perché non mi so salvare da sola?]


Avevo giurato a me stessa che non avrei più scritto cose del genere in un blog. 
Si cambia idea. 
Si scopre che dall'umano che si è non si può fuggire. 
Si comprende che sì, ho bisogno di te.
Fa una paura fottuta, arrendersi all'evidenza di aver bisogno di qualcuno. 
Fa una paura fottuta, l'idea di poterti deludere. 
Fa una paura fottuta, la consapevolezza che nemmeno tu potresti bastare. 


Ma cos'altro posso fare, ora, col Nulla che mi ritrovo a stringere fra le mani, se non fidarmi?
Io mi fido di te. 


I want to move on
I want to have hope
So I'm willing to change
I'm going to try
To show that I'm strong enough to
...Trust in You. 


On air: "Aggiungi file alla Libreria" da Dropbox. - Riproduzione casuale. 

sabato 28 gennaio 2012

Still here.


But I'm still... here. 


Mi chiedo perché, dopo tutti questi anni [tutti? Secondo quale metro di paragone questi anni possono essere tanti? Magari sono ancora pochi.], io sia ancora qui.
Qui, a cercarti fra le canzoni che lasciano risuonare i ricordi, qui a trovarti fra pagine scritte in un passato che, forse, non è ancora passato. 


Imprinting. Forse è per questo che ti cerco in ogni sguardo che incontro. 
Imprinting. Forse ti ricorderò per sempre. [Dio, spero di ricordarti per sempre...] 
Imprinting. Forse non ho il coraggio di trovarti per la paura di vederti scomparire, non appena i tuoi contorni saranno ritornati abbastanza netti. Come sempre. 


Forse mi ostino a tessere fili rossi. 
Per paura di dover lasciare andare anche te, sebbene non ti abbia mai, davvero, avuto.
Forse mi ostino a chiedere "Ti ricordi di me?", mentre invece dovrei dirti "Mi ricordo di te."
Perché lasciare andare il passato sembra sempre cancellarlo? Perché non può essere una liberazione?
Indulgenza.
Auto-indulgenza. 
[Da qualsiasi prospettiva la si guardi, mi manca.]


[Datti pace.]


Mi ricordo di te.
Ogni volta che mi guardo allo specchio. 
Ti ho lì, dove i miei occhi non si posano mai, dove tento di non far arrivare mai nessuno sguardo. 
E in quel punto c'è tutta la rabbia e tutto il dolore, c'è tutta quella notte, e tutte le altre, trascorse con il fantasma di te, che rendeva fantasma me.


Scrivo che sei una questione in sospeso, e mi chiedo se, invece, tu non sia solo l'ennesima alternativa al Vuoto. 


-E cosa arrivi a stringere fra le mani, vivendo così, se non un pugno di mosche?


Un pugno di mosche, un pugno di ricordi. 


Sei l'unico che non ho mai lasciato andare.
Sei l'unico dal quale non sono mai scappata.
Sei l'ennesima àncora? O sei il punto di partenza, al quale ritornerò, dopo aver fatto il giro del Mondo?


Non mi manchi. Ma ti penso. Anzi, penso a te. 
Tutto qui. 


La verità è che non posso fare l'amante a vita. 
Delle amanti non resta traccia. 




[E' la neve.
E' l'inverno che arriva e si porta dietro tutti gli altri inverni, i loro freddi.
E' la stanchezza, la settimana pesante, i sonni agitati.

E' la Vita, Agnese.
E' la Vita che chiama e alla quale tu hai paura di non saper rispondere, come sempre. E' la Vita che c'è e che tu non puoi ignorare. E' la Vita che tu sai vivere così.

E' che non ci sono solo te stesse cannibali e nascoste in fatiscenti casupole da mostrare agli altri.
E' la rabbia, lecita ma mai abbastanza.
E' che la responsabilità non la si può scagliare addosso agli altri, come le parole. 

E' che vaffanculo.
E' che everybody needs somebody to love.
E' che ho lasciato le sigarette in macchina.
E' che ho fallito. Ho fallito, cazzo. E ho preferito indossare l'ennesima maschera piuttosto che farmi vedere vulnerabile e non-perfetta agli altri.
E' che non avere paura non significa non farsi domande.
E' che certe strade dovrei dimenticarle.
Altre smettere di volerle raddrizzare.
In certe strade, invece, divellere l'asfalto.
E' che il passato ritorna sempre, senza sangue, ma ugualmente doloroso. 

E' che io di sguardi vivrei. 


E' che... nelle parentesi c'è sempre più altrove.
E' che, comunque, non me ne vado.]


On air: Il silenzio della neve, del sabato pomeriggio, dei diari riletti, dei vecchi racconti. 

domenica 15 gennaio 2012

I want to find something I've wanted all along, somewhere I belong.

Voglio andare a correre.
Me lo dico guardando fuori dalla finestra della sala, la ghiaia del cortile ancora ricoperta dalla brina, il cielo di cristallo delle mattinate invernali.
Fra poco vado a correre. 
Lo dico a mia madre che scuote la testa, con la stessa rassegnazione che ha da anni ormai, facendomi notare la sciarpona avvolta attorno alla mia gola dolorante e la voce nasale con la quale mi sono svegliata.
Devo andare a correre. 
Mi dice il mio sguardo, perentorio e severo [occhi particolarmente scuri stamattina], dallo specchio del bagno, accompagnato dalla stretta quasi soffocante delle mani sui fianchi, dal pungente ficcarsi delle unghie nella carne.
Mi avvicino allo specchio, così vicino da sfiorarlo con la punta del naso.
Un alone di condensa appanna il vetro vicino alle narici.


Mi guardo negli occhi.
Chiedendomi quale sarà la prossima mossa.
Cos'hai in mente?


Niente, nessuna risposta, non mi è dato di sapere.
Occhi particolarmente scuri stamattina.


Mi volto di scatto, come a dare le spalle a qualcuno, poco importa che in realtà quel qualcuno sia il mio sguardo su di me.
Mi tolgo i vestiti, prima i jeans, poi il maglione.
Continuo a dare le spalle allo specchio.
Infilo la canottiera, i pantaloni della tuta. Infine la felpa a collo alto. Chiudo la zip.
Snodo lo chignon, riavvio velocemente i capelli passandovi le mani attraverso tre-quattro volte, li raccolgo nuovamente, ma in una coda alta.
Esco dal bagno evitando lo sguardo dello specchio, ma con la sensazione, sgradevole e insopprimibile, di essere osservata.


Vado a correre.
Vediamo se torno con uno sguardo diverso.


On air: Somewhere I belong, Linkin Park [sempre perfetti, cazzo.]

lunedì 2 gennaio 2012

Non scelgo titoli prima di scrivere una storia


Sono qui, con il niente in mano che rimane in certe sere.
Ho voglia di scriverti una lettera, ho voglia di scriverti.


No, non ho voglia di scriverti, dannazione. 
Ho voglia di trovarti. E afferrarti. E guardarti negli occhi. 
Ho una voglia maledetta di sentirti. Di sentire. Di nuovo. 
Ho voglia di essere folle e assurda, come sono, ma con te. 
Ho voglia di poesia e di arte, di bellezza tanto intensa da far male, ti trascorrere ore in libreria con te, di fartela vivere, come la vivo io.
Ho voglia che mi lasci senza parole.
Ho voglia di salutarti con un bacio sulle labbra, quando ti alzi per andartene. 
Sii folle, ti prego. Sii folle e fammi sentire viva. 
Sono qui. Sono qui. Sono... qui.
Mi sono persa troppe volte per accontentarmi di emozioni comuni. (ammesso che esistano)
Sono andata troppo a fondo per trovare qualcosa di significativo in superficie. 
I limiti si spostano.
Dammi la mano, andiamo ad assaggiare la vertigine. 
A giocare con l'adrenalina. 
A toccare i vuoti nello stomaco. 
A contare le stelle. 
A bruciare per illuminare. 


E' vita, cosa ci vuoi fare.
Sono viva, cosa ci posso fare. 
Non ce le hanno insegnate, le mezze misure. 
Non sono capace di galleggiare. 
Nella razionalità soffoco. Nella ragionevolezza implodo. Nell'ordine agonizzo. 


Vieni a vivere come me?

giovedì 29 dicembre 2011

Boulevard of Broken Dreams

C'erano le strade deserte, le canzoni malinconiche che uscivano dagli auricolari, i raggi obliqui del sole che iniziava a calare. 
Agli angoli delle strade e nelle piazze incontravi solo i ricordi e i fantasmi delle passate storie d'amore.
C'era lui. E lui. E lui. E lui. E altri lui. 
C'era un tramonto che diventava alba, e poi notte. 
C'erano le mani gelate, i tagli che si riaprivano, ma che non sentivi bruciare. 
C'erano porte che tempo fa aprivi quasi senza bussare, c'erano finestre dalle quali anni fa entravi la mattina, c'erano le auto parcheggiate isolate, nascoste per nascondere.
C'erano lacrime ormai asciugate a rigarti le guance, c'erano i passi veloci scanditi dalla voglia di fuggire, c'era un parco deserto e la sua panchina riparata, che abbracciava tristezza e rabbia in giornate senza casa.
C'era una grossa scheggia di vetro infilata nello stomaco, nel sovrapporre fotografie a ciò che i tuoi occhi vedevano.
C'erano campi di pallavolo con la rete smontata, e l'eco di un pallone sul cemento. C'era la casa di un'amica che non hai mai voluto salutare, per paura che se ne andasse davvero. 
C'era lui al tuo fianco, per cacciare la solitudine e il freddo. 
C'erano le parole che avresti voluto dirgli, frasi che tessi nella tua mente fingendoti una romantica Penelope in attesa del suo arrivo. 
C'eri tu, che continui a scappare alla ricerca di un'uscita d'emergenza, di un po' di ossigeno, della sensibilità necessaria per sentire il calore. 


No, c'erano solo delle strade vuote, un iPod impostato sulla riproduzione casuale e un tramonto d'inverno. 
Il resto è solo invenzione. 

sabato 3 dicembre 2011

She stole the keys to my house and then she locked herself out.


Marion Cotillard è meravigliosa.


L'ho amata in Inception. L'ho amata di nuovo guardando Midnight in Paris.
L'attore si ritrova a interpretare un determinato ruolo, oppure sceglie egli stesso che "tipo" di personaggio essere?
Riflettevo a tal proposito notando le somiglianze fra la Marion di Inception e quella di Midnight in Paris. 
Donne destinate a non essere amate nel presente, intrappolate in una dimensione onirica che, però, è l'unica in grado di mantenerle in vita. 
Amanti, dal passato, da un'epoca nella quale si vorrebbe fuggire, creature affascinanti, ma evanescenti. 
Marion...




"Baudelaire indossava guanti, per fare all'amore."
Sartre è il miglior psicanalista che potessi mai desiderare. 
Ed è terribilmente bastardo, come ogni buon psicanalista. 
Ti bevi ognuna delle sue parole, ebbra di quella comprensione assurda e astratta che spesso trovi nei libri, e poi, a metà, nel bel mezzo della tua estasi di ammirazione, ti sbatte in faccia la realtà.
Baudelaire, quel Baudelaire al quale ti sei sentita tanto affine, quel Baudelaire del quale hai guardato gli occhi ritratti, sentenziando "Come fai a non innamorarti, di uno che usa occhi così folli per guardare il mondo", quel Baudelaire che desiderava tutta la libertà necessaria per far nascere un Fiore del Male, perché era l'unico modo con il quale aveva imparato ad affermare e far rivivere, in ogni sua depravata azione, il Bene, quel Baudelaire così dilaniato, fra Satana e Dio, e che senza ombra di equilibrio li accarezzava, vi ci tuffava, sceglieva prima uno e subito dopo l'altro, quel Baudelaire torturato, vittima del bislacco e sfiancante gioco dei suoi desideri bipolari, quel Baudelaire... in realtà, faceva l'amore con i guanti.
Senza toccare davvero la sua amata. Senza fare l'amore, in fondo. 
Allora comprendi che no, non puoi essere come Baudelaire. 
Il fascino maudit è una carta che ti puoi giocare. Ma non per tutta la vita. 


Non vorrai ritrovarti a fare l'amore con i guanti. L'amore. Con i guanti. 
Non vorrai ritrovarti nella Belle Époque, e scegliere di rimanerci, perché il presente non ha senso. Perché nel presente non senti di avere senso. 
Non vorrai ritrovarti con una trottola che non si ferma mai, chiusa in una scatola. Nascosta. 
Non vorrai ritrovarti a gettare la maschera, una sera, dopo l'ennesima giornata trascorsa indossandola, e non trovare un volto. 


Mi è sfuggita una risata, in questo momento, mentre scrivevo. Non una risata, in realtà. Avete presente quella specie di "Umpf!" che si sbuffa, beffardo e ironico, più che divertito?
Ecco, mi è sfuggito uno di quelli (che forse avrà anche un nome, ma al momento faccio un po' fatica a richiamarlo alla mente... perdonate la mia povertà lessicale).
La realtà, è che io lo so benissimo, che non voglio essere Baudelaire. Né Marion e tutte le donne che interpreta. 
Lo so. 
Ma poi? 


Fortunatamente (in questo caso), sono per natura testarda. Ostinata. Recidiva. 
Quindi, nonostante ogni giorno io fallisca miseramente tutti i miei piani per diventare una persona equilibrata e serena (Dio, fa impressione persino scriverlo, "serena"), non sono affatto intenzionata a rimanere in questo stato di cose. 
Ma stasera non ho voglia di scrivere altro di ciò che mi si contorce nel cervello. 
E, sono sicura, voi non avrete voglia di leggerlo.


'Notte. 


On air: Lady of the flowers, Placebo

domenica 27 novembre 2011

Fra la rabbia e il bene, porte sbattute in faccia e scuse.

Hai ragione, sono una stronza.
E senza nessuna sfumatura di fascino ribelle. 
Non hai alcuna colpa per il mio cattivo umore. 
E io non posso comportarmi così solamente perché sono stanca, ho buttato via la mattina dormendo -perché stanotte non riuscivo a prendere sonno-, mangerei tutto quello che c'è in casa, faccio sogni di merda che distruggono ogni mio tentativo di razionalizzazione sulla mia vita  e non so come riempirmi la giornata.
Hai fatto un passo verso di me e io ti ho sbattuto la porta in faccia.
Scusami, cazzo. Scusa. Sono la solita. 
Non ha senso riscrivere qua le scuse che ti ho chiesto. Cambiano qualcosa?
Le scuse sono una questione di orgoglio, non riparano mai davvero al danno fatto. 
Ci provo con i perché, ma è difficile quando, cercandoli, mi rendo conto di non averne di sufficientemente validi. 


La domenica è sempre una giornata di merda. 
Secondo me Leopardi intendeva esattamente questo, quando ha scritto il "Sabato del villaggio". Solo che dirlo con le mie parole avrebbe abbassato un po' troppo il registro dei suoi scritti.


Ho mal di testa. 
Ho freddo.
Ho sonno.
Ho mille cose da dirti e la voce per nessuna di esse.


Domani è lunedì. Università, lavoro, quattro lettere e un progetto. Sedici ore fuori casa, secondo i miei calcoli. [devo fare benzina] 
Mi sento sempre così inadeguata in certi ambienti... preferirei quasi non essere stata presa, la sicurezza del mediocre "Le faremo sapere, signorina, grazie." 
Eppure è tutto lì, a testimoniarmi che, forse, è il caso d'iniziare a crederci, in me stessa. 
Non so, ho l'impressione che manchi sempre un pezzo, di non centrare mai la vera questione. Di non fare mai qualcosa che cambi davvero la mia vita.
Eppure, l'hai detto tu stessa: "Basta iniziare dalle piccole cose". 


Sono un casino. 


Fra la rabbia e il bene. 
Il pensiero di dover lavorare mi conforta, elimina la possibilità di scegliere di esserci, o meno. 
Cos'avrei fatto, fossi stata libera?
Forse avrebbe vinto il mio masochismo. Non posso fare a meno di guardarvi, e so che tu senti il mio sguardo su di voi. Vi guardo e mi rendo conto che, no, non ci posso credere. Non me la dai a bere. 
Ricordo ogni tua parola. 
Stanotte ripensavo a quel pomeriggio. Quando ha iniziato a piovere. E c'era solo la penombra delle persiane chiuse. Focalizzavo il pensiero sulla sensazione che avevo provato e sentivo una lama infilarsi nel mio stomaco. 
E più la sentivo e più volevo che andasse a fondo. 
Era tutto così lontano e sfumato, in quel ricordo. E invece no, io volevo che fosse netto e concreto come una lama. Perché lo è stato. Lo è stato. 
Puoi raccontarla a te stesso, agli altri, a lei. Ma non a me. 


Più rabbia, Agnese. Più rabbia. Meno bionda angelica, più palle. 


Dio, che mal di testa. 
E ieri sera sono tornata a casa ancora sobria. 
Sono quasi le 17. Studio?


Butto lo sguardo sull'inserto della domenica del Sole che ho di fianco a me, mentre tu leggi le pagine economiche dall'altra parte del tavolo. 
"Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che non possa mai cominciare davvero."
Touché, John Henry Newman. 
Touché. 
Eco. 

martedì 22 novembre 2011

Specchio

Non è che abbia chissà quanto da scrivere.
E allora lascia perdere, no?
Uhm. 
Uhm?
Scusa, la detective rossa di The Mentalist mi ha distratta.
E non inarcare il sopracciglio, così, persona orribile.
Ah-ah. 
E adesso, cosa sarebbe questo ah-ah di soddisfazione e presa per il culo?
No, niente...
Sì, lo so. Devo ammettere che mi ha fatto piacere? Mi ha fatto piacere, ok?
Mh-mmmh. 
Cos'è, adesso me stessa si mette a fare l'analista che non dice mai un cazzo e non fa una domanda diretta che sia una?
Di solito ti diverti, quando sei tu a farlo con gli altri. 
Appunto, con gli altri. Con me stessa non è divertente, so dove vuole arrivare, e dove posso arrivare io. 
...
Ma secondo te Jane e Lisbon combineranno mai qualcosa?
Perché questa domanda?
Così, pensavo. Si rincorrono. 
Aaah.
Oh, vaffanculo. 
Ahahahah. 
...
Allora, come stai, me lo dici?
Non lo so. 
Oggi è stato strano. Come quando vedi una cosa bella e hai paura di guardarla troppo, perché potrebbe scomparire. Sono... sulla difensiva.
Perché sbuffi?
Pensavo: "Che novità".
Già. 
...
Non scappare. 
Ci sto provando.
Non.scappare.
Ho paura. 
Lo so. 
...
Com'era filosofia oggi?
Uhm... mi piacevano di più le lezioni distruttive sulla linea esistenzialista. Aristotele... strutturalista del cazzo. 
E non ridere. 
Rido, ma condivido. E del rosso, che mi dici?
Eh, che ti dico...
E il biondino?
Mi sa che dopo il giro in Feltrinelli l'ho un po' smontato...
E il bello e dannato?
Più stronzo e narcisista che bello e dannato, mi sa. 
Un tempo ti sarebbe piaciuto.
Sì, lo so. Ma sono stanca di personaggi. 
...
Mi regali una pistola? Non ho mai sparato, con una vera.
Sì, scena figa, il "O ti uccido senza pietà" fa sempre il suo effetto. Ma... biasimi i personaggi altrui e continui a costruirti maschere?
Ammetterai anche tu che è molto più semplice, ricoprire un volto, piuttosto che disegnarlo, quel volto. 
...
Perché adesso non la spoglia, cazzo?
Perché qualcuno preferisce costruire una storia, piuttosto che tuffarcisi a peso morto. 
Io non mi ci tuffo a peso morto, nelle relazioni.
No, hai ragione, tu ti sbronzi e poi fai-
Taci.
Sì, ho già parlato abbastanza, ormai ci stai pensando.
Fanculo. Quelle non sono relazioni. Quelle non sono state relazioni.  
Tranne una, sbaglio?
Per favore, cerco di non pensare a quanto sono stata schifosamente brava a mandare tutto a puttane, quella volta. 
...
Continui a pensarci, vero?
Una mia risposta sarebbe superflua. 
La vedi, la parabola? 
Iperbole. Anzi, eterno ritorno, che ne dici?
Aaah, bella quella teoria. 
Eterno. Davvero?
Non so, secondo te?
No. Non può essere. Dev'esserci la chiave di volta, da qualche parte.
...
Cazzo. Ho capito il finale.
Dici che è così banale?
Spero mi sorprenda. Spero di sbagliarmi.
...
Secondo te cosa ho provato, oggi?
Lo sai meglio di me che al proprio analista non si pongono mai domande. 
Te lo chiedo proprio perché non voglio una risposta, forse.
Posso citare una mia collega, in questo caso?
Ti risponderei a mia volta con una citazione, ma me lo risparmio. Prego.
"Mi stupisce la freddezza con la quale mi racconta tutto questo."
Ahah, è venuta in mente anche me, oggi, appena salita in macchina. Il problema è questo, infatti: ho provato quello che non ho provato perché davvero non c'è più nulla o perché mi sono congelata, ibernata, rinchiusa nella mia gelida razionalità... come al solito?
E quel nulla che dovrebbe esserci, o non esserci? E' un nulla auto-imposto o naturale?
Ti prego, non partiamo con le solite domande che si susseguono una dopo l'altra, andando sempre più a fondo...
Cos'è, sei stanca?
Sì, sono stanca. 
...
Comunque, non lo so, cosa hai provato. Né stasera, né oggi, né stamattina. Non lo so.
Sai che non sto facendo sogni?
Eccome, se lo so.
Possibile che tu non mi dica nulla di nuovo e inaspettato, me stessa?
...
Ha bluffato! 
E allora?
No, niente, pensavo. 
Coppia di assi?
Oddio, me lo devi proprio ricordare? 
Certo che sì, lo so che è quel genere di figura di merda che ti fa sentire tanto, tanto, bene. 
In realtà pensavo a un altro bluff. Ma ora mi è tornata in mente un'altra partita a poker, di molti, molti anni fa.  Dio santissimo. 
Imbarazzo?
Sì, sono spesso imbarazzata da me stessa. 
Ehi, non tirarmi in mezzo.
No, non tu. Non questa volta. 
Ma, scusa, chi hai aggiunto alla conversazione?
Da quando hai sviluppato questo nerd-side?
...
Canzone?
Quella.
Oh, che monotonia. 
Eh, lo so. Se vuoi posso concederti una variatio con Adele. 
Avverti il mio entusiasmo?
Cosa posso dire, mi spiace che ti sia capitata io.
I vittimismi mi stanno sul culo.
Anche a me. Avevo voglia di starmi sul culo.
...
Secondo me possiamo smetterla qui.
Sì, anche secondo me.
Ma dai?
Sono te stessa, ogni tanto dobbiamo concordare, no?
Ogni tanto...
...
Sigaretta?
Sigaretta.
Ipod?
Ipod.
Adele?
No, l'altra.
Aaaah.
Ci sta sempre. Sempre. 
Wow, hai citato lui, questa volta.
Agosto... 2009, mi sa. 
Ah, grande estate. 
No comment. 

domenica 20 novembre 2011

Tracciare traiettorie migliori nei vuoti d'aria della Realtà


Io esco di casa.
Pensarlo e farlo. 
Accendere la macchina. Musica. 
Potersene andare così, senza chiedere a nessuno. Indipendenza. 
Per questo amo guidare. Perché posso andarmene, perché bastano due minuti e sono lontano da tutto. 
Sole. Aria fresca dal finestrino abbassato.
Musica. Musica. Musica. 
Sensazione di libertà. 
Mi piace guidare così, velocità non per incosciente ricerca di adrenalina, ma per libertà, cosciente e consapevole.
Quando fuggire è andarsene, scegliere di andarsene. 

Assaggiare la libertà ti fa tornare la voglia di provarci. 

On air: Liberi tutti, Subsonica.

venerdì 18 novembre 2011

Di cicatrici e Bukowski


Sistemavo la mia libreria e sfogliavo i libri letti, ripercorrendo sottolineature e appunti. Sorridendo dei miei commenti, scritti con ironia, tristezza, rabbia o fredda presa di coscienza sulla realtà a lato delle pagine.
Mi è capitato fra le mani "Storie di ordinaria follia", di Charles Bukowski. 
Ho pensato: "Toh, parlavo di te proprio qualche giorno fa."
Sapevo che racconto andare a rileggere. L'unico che ho davvero amato, di Charles. Lo copio qui. Lo so, è un po' lungo, più lungo di un post. Però... leggetelo. Poi mi saprete dire. Poi vi saprete dire. 


La più bella donna della città


Cass era la più giovane e la più bella di cinque sorelle. Cass era la più bella ragazza di tutta la città. Mezzindiana, aveva un corpo stranamente flessuoso, focoso era e come di serpente, con due occhi che proprio ci dicevano. Cass era fuoco fluido in movimento. Era come uno spirito incastrato in una forma che però non riusciva a contenerlo. I capelli neri e lunghi, i capelli di seta, si muovevano ondeggiando e vorticando come il corpo volteggiava. Lo spirito, o alle stelle o giù ai calcagni. Non c'era via di mezzo, per Cass. C'era anche chi diceva che era pazza. Gli imbecilli lo dicevano. Gli scemi non potevano capirla. Agli uomini in genere Cass pareva una macchina da fottere, e quindi non gliene fregava niente, fosse o non fosse pazza. E Cass ballava e civettava, si lasciava baciare dagli uomini, ma, tranne qualche rara volta, quando si stava per venire al dunque, com'è come non è, Cass si eclissava, Cass aveva eluso gli uomini. Le sorelle l'accusavano di sprecare la sua bellezza, di non fare buon uso del cervello. Ma Cass ne aveva da vendere, di cervello e di spirito. Dipingeva, danzava, cantava, modellava la creta, e quando qualcuno era ferito, mortificato, nel corpo o nell'anima, Cass provava compassione per costui. Il suo cervello era, ecco, differente; la sua mentalità non era pratica, ecco quanto. Le sorelle eran gelose perché attraeva i loro uomini; ce l'avevano su con Cass perché, secondo loro, sciupava un sacco d'occasioni. Di solito Cass era gentile con quelli più brutti; i cosìddetti fusti non le dicevano niente. Le facevano schifo. "Senza nerbo" diceva, "senza grinta. Arrivano, alti in sella, con quei nasi ben fatti, quelle orecchie ben disegnate... Tutta esteriorità, e niente dentro." 
La sua indole era affine alla pazzia; aveva un temperamento che certi chiamavano pazzia. Il padre era morto alcolizzato, la madre era scappata via di casa, abbandonando le figlie. Le ragazze si rivolsero a certi loro parenti, che le misero in convento. Il convento era un posto molto triste, più per Cass che per le sorelle. Le altre ragazze erano gelose di Cass e a Cass toccava litigare sempre. Aveva segni di rasoiate sul braccio sinistro, in conseguenza d'un paio di quelle baruffe. Poi aveva una cicatrice permanente sulla guancia sinistra, ma lo sfregio anziché diminuirla sembrava accrescere la sua bellezza. 
Io la incontrai al West End Bar poco dopo ch'era venuta via dal convento. Essendo la più giovane delle sorelle era venuta via per ultima. Quella sera entrò là e, semplicemente, si venne a sedere vicino a me. Io ero forse l'uomo più brutto della città, e magari questo avrà influito in qualche modo. "Bevi?" le domandai. "Ma sicuro, come no?" 
Non ci dicemmo niente di straordinario, mi sa, quella sera; ma contava l'impressione che lei dava. Cass aveva scelto me e questo era quanto. Nessuna forzatura. Bere le piaceva e così fece molti bis. Non credo fosse ancora maggiorenne, però lì la servivano lo stesso. Magari aveva una carta d'identità falsa, chi lo sa. Comunque, ogni volta che tornava dalla toilette e veniva lì a sedersi accanto a me, io provavo un certo orgoglio. Non era solo la più bella ragazza della città, era anche una delle più belle donne che avessi mai visto. Le passai un braccio intorno alla vita e la baciai, una volta. 
"Mi trovi carina?" mi domandò. 
"Sì, certo, però poi c'è qualcos'altro... oltre a come ti presenti..." 
"Tutti quanti mi accusano di essere carina. Sul serio mi trovi carina?" 
"Non è il termine adatto, 'carina', non ti rende giustizia." 
Cass frugò nella borsetta. Pensavo che cercasse un fazzoletto. Tirò fuori uno spillone. Prima che potessi fermarla se l'infilò nel naso, da parte a parte, proprio sopra le narici. Provai disgusto e orrore. Mi guardò e scoppiò a ridere. "Mi trovi carina adesso? Cosa pensi adesso, amico?" 
Tirai via lo spillone e tamponai il sangue con un fazzoletto. Diverse persone, tra cui il proprietario, avevano visto quel numero. 
Il padrone del bar venne oltre. "Senti," disse a Cass, "provaci un'altra volta, e fili fuori. Non ci vanno, certi pezzi d'arte varia." 
"Al, vaffanculo, amico!" disse lei. 
"Vedi di tenerla a bada," disse a me il proprietario. 
"Sta' tranquillo," dissi io. 
"Il naso è mio," disse Cass, "e ci faccio quel che mi pare." 
"No," dissi, "fai male a me." 
"Vuoi dire che ti fa male, quando m'infilzo uno spillo nel naso?" 
"Sì. E' così." 
"Va bene. Non lo farò più. Sta' su bello." Mi baciò, con una specie di ghignetto misto al bacio, e premendosi il fazzoletto sulla ferita. Quando chiusero il locale ce ne andammo su da me. Avevo una birra e ci sedemmo a chiacchierare. Fu allora che avvertii quanto fosse gentile, percepii la bontà che era in lei. Si tradiva a sua insaputa. Poi però si ritraeva, ritornava selvatica, d'un balzo, piena di incongruità. Balzana. Schizoide. Una bellissima schizoide spirituale. Forse qualcuno, qualcosa, poi l'avrebbe rovinata per sempre. Io speravo che non toccasse a me. 
Andammo a letto e, dopo ch'ebbi spento la luce, Cass mi disse. "Ti va bene adesso? O domattina?" "Domattina." E mi voltai dall'altra parte. La mattina dopo mi alzai e andai a fare il caffé e gliene portai una tazza a letto. Si mise a ridere. "Sei il primo tu, che non ha avuto fretta." 
"Non c'è mica bisogno," le dissi, "di farlo per forza." 
"No, aspetta. Adesso ho voglia. Mi vado a dare una rinfrescata." Andò in bagno. Ne tornò poco dopo. Era stupenda, con i lunghi capelli neri lucenti, gli occhi e le labbra lucenti, tutta lucente... Mise in mostra il suo corpo con calma, come una cosa buona. Si infilò fra le lenzuola. "Vieni qua, amante mio." L'abbracciai. Mi baciò con abbandono, senza furia. L'accarezzai per tutto il corpo, fra i capelli. La montai. Era calda, e stretta. Cominciai a pompare piano piano, ché durasse. Mi guardava dritto negli occhi. "Come ti chiami?" le chiesi. "Ma che differenza fa?" mi chiese lei. Mi misi a ridere e continuai. Poi dopo si rivestì e la riaccompagnai in macchina al bar, ma non riuscivo a levarmela dalla testa. 
Non avevo un lavoro, così dormii fino alle due del pomeriggio, poi mi alzai e lessi il giornale. Ero nella vasca da bagno quando lei arrivò, con una grossa foglia: un orecchio d'elefante. "Lo sapevo che eri nella vasca," mi disse, "e così t'ho portato qualcosa per coprirti l'affare, naturista." Mi lanciò l'orecchio d'elefante dentro la vasca. 
"Come lo sapevi che m'avresti trovato nel bagno?" 
"Lo sapevo." 
Quasi ogni giorno Cass arrivava mentre ero dentro la vasca. A ore diverse, ma non si sbagliava quasi mai. E portava una foglia d'elefante. E poi facevamo l'amore. 
Un paio di volte, dietro sua telefonata, mi toccò andare a tirarla fuori, pagando la cauzione, ché l'avevano messa al fresco per ubriachezza e risse. "Questi figli di puttana," diceva, "solo perché ti pagano da bere, si credono in diritto alla patacca." 
"Ogni volta che accetti da bere, vai incontro a guai." 
"Ma io penso che gli interessi io, mica il mio corpo." 
"A me interessi te e anche il tuo corpo. Dubito però che gli altri uomini, perlopiù, vadano oltre il tuo corpo." 


Stetti fuori città per un sei mesi, girai di qua e di là, poi ritornai. Non m'ero scordato di Cass, ma c'era stato non so che bisticcio, e poi io avevo voglia di andare un po' in giro comunque, e quando tornai m'immaginavo che lei fosse andata via, invece ero al West End Bar da neanche una trentina di minuti quando entrò lei e venne a sedere vicino a me. 
"Eccoti qua, bastardo, sei tornato." 
Le offrii da bere. Poi la guardai. Portava un vestito con il colletto alto. Non le avevo mai visto una cosa così indosso. E sotto ciascun occhio ci aveva, conficcate, due spille con le capocchie di vetro. Si vedevano solo le capocchie, ma le spille erano dentro nella carne del viso. 
"Mannaggia a te, vuoi proprio deturparti, eh?" 
"Macché, è la moda, cretino!" 
"Tu sei matta." 
"Mi sei mancato," disse. 
"Hai qualcun altro?" 
"No, non c'è nessun altro. Solo te. Ma però batto. La metto dieci dollari. A te, te la do gratis." 
"Tirati via quei spilli." 
"No, è gran moda." 
"Mi fan male a me, da matti." 
"Dici sul serio?" 
"Perdio sul serio, sì." 
Pian piano Cass estrasse le due spille, le mise nella borsa. 
"Perché sfotti così la tua bellezza?" le chiesi. "Perché non ci vivi insieme, e via?" 
"Perché la gente pensa ch'è tutto quel che ho. La bellezza non è niente, la bellezza non dura. Non lo sai quanto sei fortunato, tu, a essere brutto, ché se a qualcuno gli piaci, così sai che è per qualche cosa d'altro." "E va bene," dissi, "sono fortunato." 
"Mica dico che sei brutto. Ti trovano brutto gli altri, ma hai una faccia affascinante." 
"Grazie." 
Bevemmo ancora. 
"Cos'è che fai?" domandò lei. 
"Niente. Non mi va di fare niente. Non m'importa." 
"Di niente, neanche a me. Se eri una donna, potevi battere." 
"Non credo che m'andrebbe, alla lunga, di fare intimità con tanti estranei. E'una roba che stanca." 
"Altroché se stanca. Tutto stanca, e consuma." 
Uscimmo insieme. La gente per strada si voltava ancora a guardare Cass. Era ancora una donna molto bella. Forse più bella che mai. Andammo su da me e io stappai una bottiglia di vino e ci mettemmo a parlare. Fra Cass e me era facile, parlare. Parlava lei un po' e io stavo a sentire poi parlavo io. Il colloquio andava avanti senza sforzo. Pareva che scoprissimo tanti segreti comuni a tanti. Quando ne scoprivamo uno grosso Cass scoppiava a ridere -quella sua risata- solo lei era buona. Era come gioia sprizzata dal fuoco. Sempre parlando ci abbracciavamo, ci baciavamo. Così andammo su di giri e ci venne voglia di andare a letto. Allora Cass si tolse quel vestito con il colletto alto e io la vidi: la brutta cicatrice frastagliata, attraverso la gola. Era larga e spessa. "Mannaggia a te, donna," le dissi dal letto, "mannaggia a te, che cosa ti sei fatta?" "Ci ho provato con un coccio di bottiglia una sera. Non ti piaccio più? Sono ancora bella?" 
La tirai giù dal letto e la baciai. Lei si sciolse e rise. "Certi sganciano la grana anticipata e poi, quando mi spoglio, non gli va più di farmisi. Io mi tengo il deca. E'una cosa buffissima." 
"Sì," dissi, "da morir dal ridere... Cass, sciagurata, io ti amo... smettila di distruggere te stessa: sei la donna più viva che abbia mai conosciuto." 
Ci baciammo ancora. Cass piangeva in silenzio. Sentivo sulla pelle le sue lacrime. I lunghi capelli neri erano sparsi intorno a me come un vessillo di morte. Ci congiungemmo e, piano, con dolcezza, con mestizia, facemmo l'amore, meravigliosamente. La mattina dopo Cass si alzò e preparò la colazione. Era calma e pareva felice. Cantava. Io restai a letto a godermi la sua felicità.Alla fine venne oltre e mi scosse. "Su bastardo! Datti una lavata alla faccia e all'uccello e poi vieni a far la pappa." 
La portai alla spiaggia quel giorno. Era giorno feriale e non ancora estate, quindi era magnifico, così deserto. Dei vagabondi straccioni dormivano fra l'erba, dove finiva la rena. Altri sedevano sulle panchine di pietra e si passavano una bottiglia. Dei gabbiani volteggiavano intorno, tranquilli eppure come sconcertati. Vecchie signore sui 70-80 sedevano sulle panchine a trattare la compravendita di immobili lasciati da mariti morti ammazzati tanto tempo fa dal ritmo della vita, dalla stupidità, dalla lotta per la sopravvivenza. Con tutto questo, c'era una gran pace nell'aria e noi passeggiammo e poi ci stendemmo sull'erba, senza quasi mai parlare. Era bello stare insieme e bastava. Comprai un paio di panini, patatine, e da bere, e mangiammo in riva al mare. Poi dormimmo abbracciati per un'oretta. Era in un certo modo anche meglio che far l'amore. C'era questo fluire via insieme senza nessuna tensione. Quando ci svegliammo, tornammo a casa mia e preparai la cena. 
Dopo cena proposi a Cass di restare lì da me e di metterci insieme. Stette un pezzo a guardarmi, prima di rispondere, poi disse piano: "No". 
La riportai al bar, le offrii da bere e me ne andai. Trovai un posto da facchino, l'indomani, in una fabbrica, e per tutta la settimana andai al lavoro. Alla sera ero troppo stanco per andare in giro, ma appena fu venerdì andai al West End Bar. Mi sedetti e aspettavo Cass. Passavano le ore. Dopo che ero bell'e sbronzo, il padrone vien oltre e mi fa: "Mi dispiace per quella amica tua." 
"Di che cosa?" domandai. 
"Mi dispiace. Non lo sapevi?" 
"No." 
"Suicidio. L'hanno seppellita ieri." 
"Seppellita?" domandai. Mi pareva che da un momento all'altro lei dovesse entrare da quella porta... Come poteva essere sottoterra? 
"Le sorelle le hanno fatto il funerale." 
"Suicidata? Me lo sai dire come?" 
"S'è tagliata la gola." 
"Ho capito. Dammi da bere, un altro." 
Bevvi fino all'ora di chiusura. Cass era la più bella delle cinque sorelle, la più bella della città. Non so come ce la feci a tornare a casa in macchina, e badavo a pensare: avrei dovuto insistere, che restasse con me, non arrendermi al suo "no". Tutto lasciava intendere che, a me, voleva bene. Gliene importava. Ma io m'ero comportato troppo alla stracca, sì, come se l'avessi presa sottogamba. 
Meritavo la morte, la mia morte e la sua. Ero un cane. No, perché dar la colpa ai cani? M'alzai e trovai una bottiglia di vino, mi ci attaccai a garganella. 
Cass la più bella ragazza della città era morta a vent'anni. 
Fuori qualcuno si mise a suonare il clacson. Un rumore arrogante, insistente, furioso. Posai giù la bottiglia e gridai: "Ma la smetti, brutto figlio di puttana? La vuoi smettere?" 
La notte seguitava ad andare avanti, non c'era niente che potessi fare.


La prima volta che l'ho letto ero in macchina, c'era la luce di un lampione. Era estate, inizio estate, mi pare giugno. Non so chi, o cosa, stessi aspettando, da sola in macchina con un libro fra le mani... probabilmente avevo solo voglia di notte. 
L'ho letto e... mi ricordo la foga con cui ho cercato una matita, nella borsa, per sottolineare quel passo. 
A volte vorrei potermi cucire addosso la bellezza di ciò che leggo. Vorrei cucirmela addosso, quella bellezza, ago, filo e parole.
La seconda volta l'ho letto a una persona, qualche settimana dopo. Davanti a una pizza da dividere, arrampicati sugli sgabelli di una pizzeria d'asporto. Fuori pioveva, era luglio. Bukowski in pausa pranzo.  


Cicatrici... 


Una sera, tempo fa, mi trovavo in un bar. Di fianco a me, al bancone, c'era un ragazzo. Beveva una coca, se non erro. Dal polsino della camicia sbucava una cicatrice meravigliosa, viola. 
Non riuscivo a smettere di guardarla. E, a un certo punto, ho chiesto al ragazzo: -Cosa ti è successo, lì?
Una caduta dalla bici che era terminata in una finestra infranta, vetri dovunque, cinquantasette punti. 
Mi ricordo che aveva riso, ad un tratto. 
-Perché ridi? Scusa, sono stata indiscreta...
-Ahah, no, non ti preoccupare... è che... nessuno me l'aveva mai chiesto. 
Mattia. 
Bel nome. Bella cicatrice. 


Forse la prima, o la seconda, o la quindicesima, persona di cui mi sono innamorata aveva sull'avambraccio braccio sinistro, poco prima dell'incavo del gomito, un nome. Tre lettere. Bianche, sottili, dolorosamente aggraziate. 
Il nome della persona che amava. Ho odiato e adorato quella cicatrice: non sarei mai stata all'altezza di un amore così indelebile, ma non potevo non riconoscere che quello fosse il tatuaggio più romantico che avessi mai visto. 


E ricordo la sensazione che mi dava, accarezzare le ultime cicatrici che ho amato. M'incantavo, ad accarezzarle. Le percorrevo con le dita e mi lasciavo ipnotizzare dalla differenza che facevano, al tatto, la pelle e le cicatrici. Volevo ubriacarmi del dolore che percepivo, che mi colpiva, violento, sfacciato, nell'osservare quei segni. E m'illudevo che ogni bacio potesse creare qualcosa di più potente e importante del dolore e della sofferenza. 
Ricordi.




Ho ragnatele di cicatrici che vedo solo io, ormai. Sono solo sottili ricami ton sur ton, nella pelle, appena identificabili, ma che io potrei ridisegnare senza difficoltà.
Sulla mano destra ho tre piccole cicatrici. Scottatura, scottatura, ago. 
Quando mi abbronzo mi spunta una cicatrice sul fianco sinistro. Una virgola bianca sulla pelle. Malattia.


Sono terrorizzata dall'idea che la vita non lasci un segno indelebile, vorrei aver scritto in faccia quello che ho vissuto. Amo le cicatrici perché rimangono. Non se ne vanno. Lasciano il segno, e tu non le puoi cancellare. Le puoi coprire, camuffare, ma non le elimini. 
Rimangono. E io... io ho sempre un po' paura che tutto se ne vada, scivoli via. Mi rendo conto che è assurdo, vivere nel terrore di perdere ciò che si ha... non è vita. Soprattutto perché, poi, ti ritrovi a fare cose strano, tipo fuggire sempre, essere la prima a lasciare per non essere lasciata, evitare i legami, ingurgitare tutto e subito per paura che poi scompaia... sì, è assurdo. Ma la vita mi ha insegnato questo, fino ad ora. Mi ha insegnato che devi crescere da sola, perché non puoi sempre contare sugli altri, mi ha insegnato che le persone se ne vanno, e tu non puoi farci un cazzo di niente, mi ha insegnato che i matrimoni durano un giorno, il resto degli anni sono convenzioni e tradimenti nascosti, mi ha insegnato che la felicità dura un attimo, che l'unico modo per non essere uccisa è ucciderti da sola, per prima.


Mi ha insegnato che ci sono solo ferite superficiali, che bruciano da morire ma che poi non lasciano alcun segno. 
Per questo amo le cicatrici. Perché non se ne vanno. Vorrei solo cicatrici. 
Il problema è che, come per tutto il resto, come per Cass, la maggior parte delle persone, quando vede l'orribile squarcio che ti sfregia, preferisce che tu ti rivesta. No, grazie, per me solo ferite superficiali.


Io ho bisogno di qualcosa che rimanga. Di qualcosa che lasci una cicatrice nella mia vita, non solo su di me.