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domenica 26 febbraio 2012

Albatros


Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d'angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.


Ogni mattina, Alda Merini



La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia.

La pazzia mi visita almeno due volte al giorno.


Mi sono sempre uccisa da sola.

martedì 24 gennaio 2012

Kierkegaard, fottiti. With love.

E... no, non riesco a essere nervosa. 


[Le mie frasi che iniziano con una congiunzione. L'italiano, Agnese, l'italiano. Ma no, è che probabilmente sono precedute da qualcosa che non scrivo, né dico. Ah, ecco.]

Non riesco a studiare con l'idea che domani darò un esame. 

Leggo, come quando leggo i libri di cui m'innamoro.
Finisco un autore e scrivo in fondo agli appunti "Chapeau.", perché mi ha stupita.
Altrove lascio un "Wtf." a fianco di un paragrafo. 

O un "Non avevi capito un cazzo."
O magari un un "Cvd.".

Studio perché voglio, non perché devo. Il manuale? Boh. Leggo i testi, funzionerà comunque?
Non ce la faccio. A tornare a fare le cose perché devo farle. Non ne sono più capace.

E' impossibile tornare indietro, una volta che hai sperimentato l'ebbrezza del fare qualcosa perché vuoi farlo. 


Mi chiederò come farò mai a dare latino. 
Ci penserò a tempo debito, iniziamo a dare filosofia domani. 
Do-ma-ni.


[Ho sognato che l'esame si teneva sui bastioni di un castello; iniziava nella nebbia fitta del mattino e si concludeva con una splendente luna piena a illuminare me e il professore.
Mi chiedeva di Empedocle, ed era l'unica domanda da esame. Per il resto, era esattamente come stare in bilico sopra a un fossato.]



C'è qualcosa che devo scrivere. 
Qualcosa che voglio scrivere, meglio. 
C'è qualcosa. Che s'impiglia nei fili [il]logici della mia mente da giorni. 


Magari stanotte. Magari domani. Magari chissà.


Forse, semplicemente, questa è la chiave. 
Quando sei in auto con qualcuno che non vuoi ammazzare, inevitabilmente ti salvi, per quanta voglia tu possa avere di andarti a schiantare a 100 all'ora contro un muro. 
Forse, questa è la chiave. 


Torno ad Antifonte. 

mercoledì 18 gennaio 2012

530

Ci sono tre tipi di uomini: quelli che vivono davanti al mare, quelli che si spingono dentro il mare, e quelli che dal mare riescono a tornare, vivi. 


Il resto, è solo un salto.

sabato 3 dicembre 2011

She stole the keys to my house and then she locked herself out.


Marion Cotillard è meravigliosa.


L'ho amata in Inception. L'ho amata di nuovo guardando Midnight in Paris.
L'attore si ritrova a interpretare un determinato ruolo, oppure sceglie egli stesso che "tipo" di personaggio essere?
Riflettevo a tal proposito notando le somiglianze fra la Marion di Inception e quella di Midnight in Paris. 
Donne destinate a non essere amate nel presente, intrappolate in una dimensione onirica che, però, è l'unica in grado di mantenerle in vita. 
Amanti, dal passato, da un'epoca nella quale si vorrebbe fuggire, creature affascinanti, ma evanescenti. 
Marion...




"Baudelaire indossava guanti, per fare all'amore."
Sartre è il miglior psicanalista che potessi mai desiderare. 
Ed è terribilmente bastardo, come ogni buon psicanalista. 
Ti bevi ognuna delle sue parole, ebbra di quella comprensione assurda e astratta che spesso trovi nei libri, e poi, a metà, nel bel mezzo della tua estasi di ammirazione, ti sbatte in faccia la realtà.
Baudelaire, quel Baudelaire al quale ti sei sentita tanto affine, quel Baudelaire del quale hai guardato gli occhi ritratti, sentenziando "Come fai a non innamorarti, di uno che usa occhi così folli per guardare il mondo", quel Baudelaire che desiderava tutta la libertà necessaria per far nascere un Fiore del Male, perché era l'unico modo con il quale aveva imparato ad affermare e far rivivere, in ogni sua depravata azione, il Bene, quel Baudelaire così dilaniato, fra Satana e Dio, e che senza ombra di equilibrio li accarezzava, vi ci tuffava, sceglieva prima uno e subito dopo l'altro, quel Baudelaire torturato, vittima del bislacco e sfiancante gioco dei suoi desideri bipolari, quel Baudelaire... in realtà, faceva l'amore con i guanti.
Senza toccare davvero la sua amata. Senza fare l'amore, in fondo. 
Allora comprendi che no, non puoi essere come Baudelaire. 
Il fascino maudit è una carta che ti puoi giocare. Ma non per tutta la vita. 


Non vorrai ritrovarti a fare l'amore con i guanti. L'amore. Con i guanti. 
Non vorrai ritrovarti nella Belle Époque, e scegliere di rimanerci, perché il presente non ha senso. Perché nel presente non senti di avere senso. 
Non vorrai ritrovarti con una trottola che non si ferma mai, chiusa in una scatola. Nascosta. 
Non vorrai ritrovarti a gettare la maschera, una sera, dopo l'ennesima giornata trascorsa indossandola, e non trovare un volto. 


Mi è sfuggita una risata, in questo momento, mentre scrivevo. Non una risata, in realtà. Avete presente quella specie di "Umpf!" che si sbuffa, beffardo e ironico, più che divertito?
Ecco, mi è sfuggito uno di quelli (che forse avrà anche un nome, ma al momento faccio un po' fatica a richiamarlo alla mente... perdonate la mia povertà lessicale).
La realtà, è che io lo so benissimo, che non voglio essere Baudelaire. Né Marion e tutte le donne che interpreta. 
Lo so. 
Ma poi? 


Fortunatamente (in questo caso), sono per natura testarda. Ostinata. Recidiva. 
Quindi, nonostante ogni giorno io fallisca miseramente tutti i miei piani per diventare una persona equilibrata e serena (Dio, fa impressione persino scriverlo, "serena"), non sono affatto intenzionata a rimanere in questo stato di cose. 
Ma stasera non ho voglia di scrivere altro di ciò che mi si contorce nel cervello. 
E, sono sicura, voi non avrete voglia di leggerlo.


'Notte. 


On air: Lady of the flowers, Placebo

venerdì 18 novembre 2011

Di cicatrici e Bukowski


Sistemavo la mia libreria e sfogliavo i libri letti, ripercorrendo sottolineature e appunti. Sorridendo dei miei commenti, scritti con ironia, tristezza, rabbia o fredda presa di coscienza sulla realtà a lato delle pagine.
Mi è capitato fra le mani "Storie di ordinaria follia", di Charles Bukowski. 
Ho pensato: "Toh, parlavo di te proprio qualche giorno fa."
Sapevo che racconto andare a rileggere. L'unico che ho davvero amato, di Charles. Lo copio qui. Lo so, è un po' lungo, più lungo di un post. Però... leggetelo. Poi mi saprete dire. Poi vi saprete dire. 


La più bella donna della città


Cass era la più giovane e la più bella di cinque sorelle. Cass era la più bella ragazza di tutta la città. Mezzindiana, aveva un corpo stranamente flessuoso, focoso era e come di serpente, con due occhi che proprio ci dicevano. Cass era fuoco fluido in movimento. Era come uno spirito incastrato in una forma che però non riusciva a contenerlo. I capelli neri e lunghi, i capelli di seta, si muovevano ondeggiando e vorticando come il corpo volteggiava. Lo spirito, o alle stelle o giù ai calcagni. Non c'era via di mezzo, per Cass. C'era anche chi diceva che era pazza. Gli imbecilli lo dicevano. Gli scemi non potevano capirla. Agli uomini in genere Cass pareva una macchina da fottere, e quindi non gliene fregava niente, fosse o non fosse pazza. E Cass ballava e civettava, si lasciava baciare dagli uomini, ma, tranne qualche rara volta, quando si stava per venire al dunque, com'è come non è, Cass si eclissava, Cass aveva eluso gli uomini. Le sorelle l'accusavano di sprecare la sua bellezza, di non fare buon uso del cervello. Ma Cass ne aveva da vendere, di cervello e di spirito. Dipingeva, danzava, cantava, modellava la creta, e quando qualcuno era ferito, mortificato, nel corpo o nell'anima, Cass provava compassione per costui. Il suo cervello era, ecco, differente; la sua mentalità non era pratica, ecco quanto. Le sorelle eran gelose perché attraeva i loro uomini; ce l'avevano su con Cass perché, secondo loro, sciupava un sacco d'occasioni. Di solito Cass era gentile con quelli più brutti; i cosìddetti fusti non le dicevano niente. Le facevano schifo. "Senza nerbo" diceva, "senza grinta. Arrivano, alti in sella, con quei nasi ben fatti, quelle orecchie ben disegnate... Tutta esteriorità, e niente dentro." 
La sua indole era affine alla pazzia; aveva un temperamento che certi chiamavano pazzia. Il padre era morto alcolizzato, la madre era scappata via di casa, abbandonando le figlie. Le ragazze si rivolsero a certi loro parenti, che le misero in convento. Il convento era un posto molto triste, più per Cass che per le sorelle. Le altre ragazze erano gelose di Cass e a Cass toccava litigare sempre. Aveva segni di rasoiate sul braccio sinistro, in conseguenza d'un paio di quelle baruffe. Poi aveva una cicatrice permanente sulla guancia sinistra, ma lo sfregio anziché diminuirla sembrava accrescere la sua bellezza. 
Io la incontrai al West End Bar poco dopo ch'era venuta via dal convento. Essendo la più giovane delle sorelle era venuta via per ultima. Quella sera entrò là e, semplicemente, si venne a sedere vicino a me. Io ero forse l'uomo più brutto della città, e magari questo avrà influito in qualche modo. "Bevi?" le domandai. "Ma sicuro, come no?" 
Non ci dicemmo niente di straordinario, mi sa, quella sera; ma contava l'impressione che lei dava. Cass aveva scelto me e questo era quanto. Nessuna forzatura. Bere le piaceva e così fece molti bis. Non credo fosse ancora maggiorenne, però lì la servivano lo stesso. Magari aveva una carta d'identità falsa, chi lo sa. Comunque, ogni volta che tornava dalla toilette e veniva lì a sedersi accanto a me, io provavo un certo orgoglio. Non era solo la più bella ragazza della città, era anche una delle più belle donne che avessi mai visto. Le passai un braccio intorno alla vita e la baciai, una volta. 
"Mi trovi carina?" mi domandò. 
"Sì, certo, però poi c'è qualcos'altro... oltre a come ti presenti..." 
"Tutti quanti mi accusano di essere carina. Sul serio mi trovi carina?" 
"Non è il termine adatto, 'carina', non ti rende giustizia." 
Cass frugò nella borsetta. Pensavo che cercasse un fazzoletto. Tirò fuori uno spillone. Prima che potessi fermarla se l'infilò nel naso, da parte a parte, proprio sopra le narici. Provai disgusto e orrore. Mi guardò e scoppiò a ridere. "Mi trovi carina adesso? Cosa pensi adesso, amico?" 
Tirai via lo spillone e tamponai il sangue con un fazzoletto. Diverse persone, tra cui il proprietario, avevano visto quel numero. 
Il padrone del bar venne oltre. "Senti," disse a Cass, "provaci un'altra volta, e fili fuori. Non ci vanno, certi pezzi d'arte varia." 
"Al, vaffanculo, amico!" disse lei. 
"Vedi di tenerla a bada," disse a me il proprietario. 
"Sta' tranquillo," dissi io. 
"Il naso è mio," disse Cass, "e ci faccio quel che mi pare." 
"No," dissi, "fai male a me." 
"Vuoi dire che ti fa male, quando m'infilzo uno spillo nel naso?" 
"Sì. E' così." 
"Va bene. Non lo farò più. Sta' su bello." Mi baciò, con una specie di ghignetto misto al bacio, e premendosi il fazzoletto sulla ferita. Quando chiusero il locale ce ne andammo su da me. Avevo una birra e ci sedemmo a chiacchierare. Fu allora che avvertii quanto fosse gentile, percepii la bontà che era in lei. Si tradiva a sua insaputa. Poi però si ritraeva, ritornava selvatica, d'un balzo, piena di incongruità. Balzana. Schizoide. Una bellissima schizoide spirituale. Forse qualcuno, qualcosa, poi l'avrebbe rovinata per sempre. Io speravo che non toccasse a me. 
Andammo a letto e, dopo ch'ebbi spento la luce, Cass mi disse. "Ti va bene adesso? O domattina?" "Domattina." E mi voltai dall'altra parte. La mattina dopo mi alzai e andai a fare il caffé e gliene portai una tazza a letto. Si mise a ridere. "Sei il primo tu, che non ha avuto fretta." 
"Non c'è mica bisogno," le dissi, "di farlo per forza." 
"No, aspetta. Adesso ho voglia. Mi vado a dare una rinfrescata." Andò in bagno. Ne tornò poco dopo. Era stupenda, con i lunghi capelli neri lucenti, gli occhi e le labbra lucenti, tutta lucente... Mise in mostra il suo corpo con calma, come una cosa buona. Si infilò fra le lenzuola. "Vieni qua, amante mio." L'abbracciai. Mi baciò con abbandono, senza furia. L'accarezzai per tutto il corpo, fra i capelli. La montai. Era calda, e stretta. Cominciai a pompare piano piano, ché durasse. Mi guardava dritto negli occhi. "Come ti chiami?" le chiesi. "Ma che differenza fa?" mi chiese lei. Mi misi a ridere e continuai. Poi dopo si rivestì e la riaccompagnai in macchina al bar, ma non riuscivo a levarmela dalla testa. 
Non avevo un lavoro, così dormii fino alle due del pomeriggio, poi mi alzai e lessi il giornale. Ero nella vasca da bagno quando lei arrivò, con una grossa foglia: un orecchio d'elefante. "Lo sapevo che eri nella vasca," mi disse, "e così t'ho portato qualcosa per coprirti l'affare, naturista." Mi lanciò l'orecchio d'elefante dentro la vasca. 
"Come lo sapevi che m'avresti trovato nel bagno?" 
"Lo sapevo." 
Quasi ogni giorno Cass arrivava mentre ero dentro la vasca. A ore diverse, ma non si sbagliava quasi mai. E portava una foglia d'elefante. E poi facevamo l'amore. 
Un paio di volte, dietro sua telefonata, mi toccò andare a tirarla fuori, pagando la cauzione, ché l'avevano messa al fresco per ubriachezza e risse. "Questi figli di puttana," diceva, "solo perché ti pagano da bere, si credono in diritto alla patacca." 
"Ogni volta che accetti da bere, vai incontro a guai." 
"Ma io penso che gli interessi io, mica il mio corpo." 
"A me interessi te e anche il tuo corpo. Dubito però che gli altri uomini, perlopiù, vadano oltre il tuo corpo." 


Stetti fuori città per un sei mesi, girai di qua e di là, poi ritornai. Non m'ero scordato di Cass, ma c'era stato non so che bisticcio, e poi io avevo voglia di andare un po' in giro comunque, e quando tornai m'immaginavo che lei fosse andata via, invece ero al West End Bar da neanche una trentina di minuti quando entrò lei e venne a sedere vicino a me. 
"Eccoti qua, bastardo, sei tornato." 
Le offrii da bere. Poi la guardai. Portava un vestito con il colletto alto. Non le avevo mai visto una cosa così indosso. E sotto ciascun occhio ci aveva, conficcate, due spille con le capocchie di vetro. Si vedevano solo le capocchie, ma le spille erano dentro nella carne del viso. 
"Mannaggia a te, vuoi proprio deturparti, eh?" 
"Macché, è la moda, cretino!" 
"Tu sei matta." 
"Mi sei mancato," disse. 
"Hai qualcun altro?" 
"No, non c'è nessun altro. Solo te. Ma però batto. La metto dieci dollari. A te, te la do gratis." 
"Tirati via quei spilli." 
"No, è gran moda." 
"Mi fan male a me, da matti." 
"Dici sul serio?" 
"Perdio sul serio, sì." 
Pian piano Cass estrasse le due spille, le mise nella borsa. 
"Perché sfotti così la tua bellezza?" le chiesi. "Perché non ci vivi insieme, e via?" 
"Perché la gente pensa ch'è tutto quel che ho. La bellezza non è niente, la bellezza non dura. Non lo sai quanto sei fortunato, tu, a essere brutto, ché se a qualcuno gli piaci, così sai che è per qualche cosa d'altro." "E va bene," dissi, "sono fortunato." 
"Mica dico che sei brutto. Ti trovano brutto gli altri, ma hai una faccia affascinante." 
"Grazie." 
Bevemmo ancora. 
"Cos'è che fai?" domandò lei. 
"Niente. Non mi va di fare niente. Non m'importa." 
"Di niente, neanche a me. Se eri una donna, potevi battere." 
"Non credo che m'andrebbe, alla lunga, di fare intimità con tanti estranei. E'una roba che stanca." 
"Altroché se stanca. Tutto stanca, e consuma." 
Uscimmo insieme. La gente per strada si voltava ancora a guardare Cass. Era ancora una donna molto bella. Forse più bella che mai. Andammo su da me e io stappai una bottiglia di vino e ci mettemmo a parlare. Fra Cass e me era facile, parlare. Parlava lei un po' e io stavo a sentire poi parlavo io. Il colloquio andava avanti senza sforzo. Pareva che scoprissimo tanti segreti comuni a tanti. Quando ne scoprivamo uno grosso Cass scoppiava a ridere -quella sua risata- solo lei era buona. Era come gioia sprizzata dal fuoco. Sempre parlando ci abbracciavamo, ci baciavamo. Così andammo su di giri e ci venne voglia di andare a letto. Allora Cass si tolse quel vestito con il colletto alto e io la vidi: la brutta cicatrice frastagliata, attraverso la gola. Era larga e spessa. "Mannaggia a te, donna," le dissi dal letto, "mannaggia a te, che cosa ti sei fatta?" "Ci ho provato con un coccio di bottiglia una sera. Non ti piaccio più? Sono ancora bella?" 
La tirai giù dal letto e la baciai. Lei si sciolse e rise. "Certi sganciano la grana anticipata e poi, quando mi spoglio, non gli va più di farmisi. Io mi tengo il deca. E'una cosa buffissima." 
"Sì," dissi, "da morir dal ridere... Cass, sciagurata, io ti amo... smettila di distruggere te stessa: sei la donna più viva che abbia mai conosciuto." 
Ci baciammo ancora. Cass piangeva in silenzio. Sentivo sulla pelle le sue lacrime. I lunghi capelli neri erano sparsi intorno a me come un vessillo di morte. Ci congiungemmo e, piano, con dolcezza, con mestizia, facemmo l'amore, meravigliosamente. La mattina dopo Cass si alzò e preparò la colazione. Era calma e pareva felice. Cantava. Io restai a letto a godermi la sua felicità.Alla fine venne oltre e mi scosse. "Su bastardo! Datti una lavata alla faccia e all'uccello e poi vieni a far la pappa." 
La portai alla spiaggia quel giorno. Era giorno feriale e non ancora estate, quindi era magnifico, così deserto. Dei vagabondi straccioni dormivano fra l'erba, dove finiva la rena. Altri sedevano sulle panchine di pietra e si passavano una bottiglia. Dei gabbiani volteggiavano intorno, tranquilli eppure come sconcertati. Vecchie signore sui 70-80 sedevano sulle panchine a trattare la compravendita di immobili lasciati da mariti morti ammazzati tanto tempo fa dal ritmo della vita, dalla stupidità, dalla lotta per la sopravvivenza. Con tutto questo, c'era una gran pace nell'aria e noi passeggiammo e poi ci stendemmo sull'erba, senza quasi mai parlare. Era bello stare insieme e bastava. Comprai un paio di panini, patatine, e da bere, e mangiammo in riva al mare. Poi dormimmo abbracciati per un'oretta. Era in un certo modo anche meglio che far l'amore. C'era questo fluire via insieme senza nessuna tensione. Quando ci svegliammo, tornammo a casa mia e preparai la cena. 
Dopo cena proposi a Cass di restare lì da me e di metterci insieme. Stette un pezzo a guardarmi, prima di rispondere, poi disse piano: "No". 
La riportai al bar, le offrii da bere e me ne andai. Trovai un posto da facchino, l'indomani, in una fabbrica, e per tutta la settimana andai al lavoro. Alla sera ero troppo stanco per andare in giro, ma appena fu venerdì andai al West End Bar. Mi sedetti e aspettavo Cass. Passavano le ore. Dopo che ero bell'e sbronzo, il padrone vien oltre e mi fa: "Mi dispiace per quella amica tua." 
"Di che cosa?" domandai. 
"Mi dispiace. Non lo sapevi?" 
"No." 
"Suicidio. L'hanno seppellita ieri." 
"Seppellita?" domandai. Mi pareva che da un momento all'altro lei dovesse entrare da quella porta... Come poteva essere sottoterra? 
"Le sorelle le hanno fatto il funerale." 
"Suicidata? Me lo sai dire come?" 
"S'è tagliata la gola." 
"Ho capito. Dammi da bere, un altro." 
Bevvi fino all'ora di chiusura. Cass era la più bella delle cinque sorelle, la più bella della città. Non so come ce la feci a tornare a casa in macchina, e badavo a pensare: avrei dovuto insistere, che restasse con me, non arrendermi al suo "no". Tutto lasciava intendere che, a me, voleva bene. Gliene importava. Ma io m'ero comportato troppo alla stracca, sì, come se l'avessi presa sottogamba. 
Meritavo la morte, la mia morte e la sua. Ero un cane. No, perché dar la colpa ai cani? M'alzai e trovai una bottiglia di vino, mi ci attaccai a garganella. 
Cass la più bella ragazza della città era morta a vent'anni. 
Fuori qualcuno si mise a suonare il clacson. Un rumore arrogante, insistente, furioso. Posai giù la bottiglia e gridai: "Ma la smetti, brutto figlio di puttana? La vuoi smettere?" 
La notte seguitava ad andare avanti, non c'era niente che potessi fare.


La prima volta che l'ho letto ero in macchina, c'era la luce di un lampione. Era estate, inizio estate, mi pare giugno. Non so chi, o cosa, stessi aspettando, da sola in macchina con un libro fra le mani... probabilmente avevo solo voglia di notte. 
L'ho letto e... mi ricordo la foga con cui ho cercato una matita, nella borsa, per sottolineare quel passo. 
A volte vorrei potermi cucire addosso la bellezza di ciò che leggo. Vorrei cucirmela addosso, quella bellezza, ago, filo e parole.
La seconda volta l'ho letto a una persona, qualche settimana dopo. Davanti a una pizza da dividere, arrampicati sugli sgabelli di una pizzeria d'asporto. Fuori pioveva, era luglio. Bukowski in pausa pranzo.  


Cicatrici... 


Una sera, tempo fa, mi trovavo in un bar. Di fianco a me, al bancone, c'era un ragazzo. Beveva una coca, se non erro. Dal polsino della camicia sbucava una cicatrice meravigliosa, viola. 
Non riuscivo a smettere di guardarla. E, a un certo punto, ho chiesto al ragazzo: -Cosa ti è successo, lì?
Una caduta dalla bici che era terminata in una finestra infranta, vetri dovunque, cinquantasette punti. 
Mi ricordo che aveva riso, ad un tratto. 
-Perché ridi? Scusa, sono stata indiscreta...
-Ahah, no, non ti preoccupare... è che... nessuno me l'aveva mai chiesto. 
Mattia. 
Bel nome. Bella cicatrice. 


Forse la prima, o la seconda, o la quindicesima, persona di cui mi sono innamorata aveva sull'avambraccio braccio sinistro, poco prima dell'incavo del gomito, un nome. Tre lettere. Bianche, sottili, dolorosamente aggraziate. 
Il nome della persona che amava. Ho odiato e adorato quella cicatrice: non sarei mai stata all'altezza di un amore così indelebile, ma non potevo non riconoscere che quello fosse il tatuaggio più romantico che avessi mai visto. 


E ricordo la sensazione che mi dava, accarezzare le ultime cicatrici che ho amato. M'incantavo, ad accarezzarle. Le percorrevo con le dita e mi lasciavo ipnotizzare dalla differenza che facevano, al tatto, la pelle e le cicatrici. Volevo ubriacarmi del dolore che percepivo, che mi colpiva, violento, sfacciato, nell'osservare quei segni. E m'illudevo che ogni bacio potesse creare qualcosa di più potente e importante del dolore e della sofferenza. 
Ricordi.




Ho ragnatele di cicatrici che vedo solo io, ormai. Sono solo sottili ricami ton sur ton, nella pelle, appena identificabili, ma che io potrei ridisegnare senza difficoltà.
Sulla mano destra ho tre piccole cicatrici. Scottatura, scottatura, ago. 
Quando mi abbronzo mi spunta una cicatrice sul fianco sinistro. Una virgola bianca sulla pelle. Malattia.


Sono terrorizzata dall'idea che la vita non lasci un segno indelebile, vorrei aver scritto in faccia quello che ho vissuto. Amo le cicatrici perché rimangono. Non se ne vanno. Lasciano il segno, e tu non le puoi cancellare. Le puoi coprire, camuffare, ma non le elimini. 
Rimangono. E io... io ho sempre un po' paura che tutto se ne vada, scivoli via. Mi rendo conto che è assurdo, vivere nel terrore di perdere ciò che si ha... non è vita. Soprattutto perché, poi, ti ritrovi a fare cose strano, tipo fuggire sempre, essere la prima a lasciare per non essere lasciata, evitare i legami, ingurgitare tutto e subito per paura che poi scompaia... sì, è assurdo. Ma la vita mi ha insegnato questo, fino ad ora. Mi ha insegnato che devi crescere da sola, perché non puoi sempre contare sugli altri, mi ha insegnato che le persone se ne vanno, e tu non puoi farci un cazzo di niente, mi ha insegnato che i matrimoni durano un giorno, il resto degli anni sono convenzioni e tradimenti nascosti, mi ha insegnato che la felicità dura un attimo, che l'unico modo per non essere uccisa è ucciderti da sola, per prima.


Mi ha insegnato che ci sono solo ferite superficiali, che bruciano da morire ma che poi non lasciano alcun segno. 
Per questo amo le cicatrici. Perché non se ne vanno. Vorrei solo cicatrici. 
Il problema è che, come per tutto il resto, come per Cass, la maggior parte delle persone, quando vede l'orribile squarcio che ti sfregia, preferisce che tu ti rivesta. No, grazie, per me solo ferite superficiali.


Io ho bisogno di qualcosa che rimanga. Di qualcosa che lasci una cicatrice nella mia vita, non solo su di me. 

venerdì 11 novembre 2011

Cercasi Mr Gwyn disperatamente



A certi libri manca una cosa. Una pagina. In fondo, per ultima.
Una pagina in cui l'autore scriva cosa fare dopo aver letto l'ultima parola.
Perché, a me, certi libri lasciano una sensazione di mancanza terribile.


Ieri ho terminato Mr Gwyn. L'ho letto in un fiato, una notte e poco più.
In apnea.
Avevo bisogno di un libro del genere, che mi strappasse dalla Realtà e mi abbracciasse, tenendomi fra le sue pagine per un po'.
E si stava bene, fra le pagine di Mr Gwyn. Attimi di poesia così cristallina da commuoverti, attimi di concretezza tanto schietta da farti sbuffare una risata.
Pagine di particolari. Sì, particolari, quei minuscoli dettagli che nessuno nota mai, che puoi ignorare e comunque godere della bellezza di qualcosa. Ma sono i particolari quelli di cui t'innamori.
Baricco è così.
Mr Gwyn è dolceamaro. Romantico, come solo la malinconia sa essere. Naif. Triste.
Mr Gwyn ha tutte le caratteristiche della storia d'amore che vorrei vivere.


[Perché parlo sempre d'amore? Pur essendone assolutamente distante? Perché amore è l'unica cosa che può salvare l'uomo, dall'essere animale, dalla legge dell'utile che lo governa, dalla razionalità asettica. Amore può dare e togliere senso a ogni cosa come nient'altro.
Per me non è Dio a essere Amore. Ma è Amore ad essere Dio.]


Mr Gwyn è un libro che mio padre getterebbe dopo due pagine. Perché inutile, strano, quanto di più lontano dalla concretezza si possa scrivere. Ma a me questi libri fanno bene, mi tranquillizzano. Mi fanno pensare che non sono l'unica, ad avere questo modo così inesatto, ma così inevitabile, di guardare la vita.
Mi fanno sentire bella. Ed è strano, che un libro possa farti sentire bella. Senza specchi, senza bilancia, senza fotografie. Con delle parole.
Libri del genere sono a metà fra l'amicizia e l'amore. Ecco. Con le persone è sempre un disastro, quando ti ritrovi in quell'angolo miracoloso che si disegna fra l'amore e l'amicizia. Solitamente è più effimero di un tramonto. O di un'alba.
Solitamente basta una birra in più per sconfinare da una parte, per mandare in frantumi l'incantesimo.
[...] si ricordò di come ogni incantesimo sia fragile oltre ogni dire, e velocissima la vita nel suo rapinare.
Invece, con i libri funziona.
Il problema è quando li finisci. Ed è come quando ti stacchi da un abbraccio, ma stai ancora piangendo. Vorresti ritornare lì, in quell'incavo sicuro e tiepido fra quel collo e quella spalla, a scioglierti in lacrime che inzuppano una maglietta che è stata indossata proprio per finire così.
In quell'incavo, come fra quelle pagine, tu puoi piangere per il casino più incasinato che tu abbia mai combinato, ma con la sensazione che, alla fine, tutto si sistemerà.
Ecco.


Sono trascorse quasi ventiquattr'ore da quando ho terminato Mr Gwyn, e non ho ancora preso in mano un altro libro.
Io rivoglio lui.
Voglio Jasper Gwyn che mi spoglia e mi osserva, alla luce delle Caterina de' Medici.
Voglio Jasper Gwyn che scrive libri sotto pseudonimi e me li spedisce, senza dirmi che fra quelle pagine ha nascosto un mio ritratto.
Voglio che Jasper Gwyn mi faccia un ritratto, e mi riporti a casa. Perché i ritratti riportano le persone a casa. 
Voglio essere Rebecca, e Audrey. E il vecchio di Camden Town. E Tom.
Voglio trascorrere 32 giorni in uno studio che in realtà è un magazzino degli attrezzi abbandonato, a farmi fare un ritratto da un pittore che in realtà è uno scrittore.


Forse, Jasper Gwyn mi manca così tanto perché avevo la sensazione che fosse qualcuno a cui non importasse, quello che vedeva.
Andava oltre i corpi, gli involucri, spogliava le persone ma in realtà non erano i vestiti quelli che toglieva, non solo.


Cercasi Mr Gwyn disperatamente.


Lo cerco perché ne ho incontrato uno, di Mr Gwyn, tempo fa. So che non è solo un personaggio di un libro.
Solo che se n'è andato, come un personaggio se ne va quando richiudi la copertina di un libro che hai finito.
E mi manca esattamente come mi manca Mr Gwyn, ora.


Sto delirando. Lo so.


Chissà se leggi. Alcuni giorni penso di sì, altri sono certa di no.


"Mi basta saperti viva. In lacrime, ma viva. Ubriaca, ma viva."
Sì, sei egoista. Vorrei che ti fossi preoccupato di non fare del male anche a me, oltre che a lei. Certo, forse non avessi avuto fra le mani qualcuno di così propenso a farsi del male ti sarebbe riuscito meglio.


[...] Pensò anche la condanna di quelli, molti, che non sono capaci di toccare senza far male, e d'istinto cercò con gli occhi quelle mani e le piccole ferite.


Devo riprendere fiato, spegnere le lacrime.


Un giorno aveva conosciuto un uomo sposato che aveva un bellissimo modo di incasinare qualsiasi cosa toccasse. 
Baricco ha l'ironia delle pugnalate.


[Mi è appena passato per la mente il flash di un sogno fatto stanotte: venivo gettata in un lago nero e melmoso, pieno di cadaveri divorati dai vermi; non c'era nessuno e il lago era circondato da un canneto altissimo e sovrastato da un cielo temporalesco. No comment.]


Mentre riassetto le mie facoltà razionali e mando in stand-by quelle emotive, apro a caso Mr Gwyn e trascrivo qualche sottolineatura (stranamente, non ne ha moltissime, questo libro. Forse perché è l'atmosfera, quella che ti rapisce, non le frasi. Meno incisività, più sensazioni che sfumano.)


-Sì, è un bel mestiere, il copista.
-L'ho pensato anch'io.
-Un mestiere pulito, lei disse.


Così finì per capire che si trovava in una situazione nota a molti umani, ma non per questo meno dolorosa: ciò che, solo, li fa sentire vivi, è qualcosa che però, lentamente, è destinato ad ammazzarli. [cfr]


-Le risoluzioni definitive si prendono sempre e soltanto per uno stato d'animo che non è destinato a durare.
-Chi l'ha detto?
-Marcel Proust. Non si sbagliava mai, quello. 


Veniva da pensare che aspettassero di depositarsi sul fondo di un enorme bicchiere.


Se devo dimenticarti mi ricorderò di farlo, ma non chiedermi poi di dimenticare che me ne sono ricordato.


Voleva in qualche modo mettersi spalle al muro perché sapeva che solo in quel modo avrebbe avuto una chance di trovare, in se stesso, quello che cercava.


[...] e arrivò a fantasticare di come si sarebbero spostati, lui e il modello, per usare le ultime luci, o al contrario per rifugiarsi nel primo buio. 


Era radiosa, nella sua bellezza senza scopo. (io voglio una bellezza senza scopo)


[...] Si lasciò sprofondare in un buio muto, e quel buio era se stessa. lo poteva fare, e senza paura, e facilmente, perché qualcuno la stava guardando - se ne rese immediatamente conto. Per qualche ragione che non capiva, era finalmente sola, in modo perfetto, come soli non si è mai - o di rado, pensò, in qualche abbraccio d'amore.


La smetto, di fare la copista. I mestieri puliti non fanno per me. Ho ricominciato a respirare, e sorrido quasi.
Mr Gwyn mi ha concesso una carezza, prima di lasciarmi di nuovo.


Ha una bella copertina. Cartoncino a coste sottili, color crema, scritte bordeaux e nero. Profuma ancora troppo di libro nuovo, appena stampato, ma ha, in sottofondo, una nota squillante d'inchiostro che promette bene.
Ve lo consiglio, ma solo se siete emotivamente un poco più stabili di me. Altrimenti aspettate.


Adesso mando una mail a Baricco. Uno deve prendersi qualche responsabilità, quando scrive libri del genere.

giovedì 10 novembre 2011

Romanticamente fuori dalla Realtà

Ieri mi sono innamorata. 


Sono uscita da Filosofia, nel petto il sussulto lieve di un cuore appena risvegliato da parole pronunciate secoli fa. Senza il cappotto, solo il vestito. C'era profumo di sole dopo la pioggia. Di quel sole che spunta nei pomeriggi autunnali, a illuminare di arancio i muri di Milano, ad accendere di turchese il cielo terso. Adoro quella luce. Come adoro respirare l'aria fredda: sa di pulito, di liscio, non ti tocca, ti sfiora. Alluminio. 
Ho camminato per un po' per Milano, fino alla fermata della metro. 
Ad aspettare il treno con me c'era un mio compagno di corso. L'avevo già notato (classico tipo solitario, alternativo, con lo sguardo sfuggente di chi non vuole più fuggire... insomma, uno dei classici tipi che, di solito, attirano la mia attenzione), ma, forse, lui non aveva ancora notato me. 
In metro eravamo entrambi in piedi, lui dietro di me. Rimango sempre in piedi, in metro, ma ieri, appena si è liberato un posto, mi sono seduta, ho tirato fuori dalla borsa un libro e ho iniziato a leggere e rileggere una frase a caso. Non so perché m'innervosisse, il fatto che ci fosse qualcuno di "non proprio sconosciuto". Era come se, in sospeso, fra gli sguardi che saettavano indecisi da una parte all'altra del vagone, ci fosse qualcosa che dovesse essere detto. E io l'avrei anche detto, quel qualcosa, ma lui aveva dei fantastici auricolari alle orecchie. 


Scendiamo, entrambi in Centrale. Mi fermo a cercare il cellulare nella borsa, e lo perdo di vista. Esco dalla metro e lo ritrovo, dieci-quindici metri avanti a me. Si volta leggermente, mi vede, vede che io l'ho visto, e rallenta il passo. Lo raggiungo. Camminiamo paralleli, alla distanza di qualche braccio. 
Io sorrido, sinceramente divertita dalla situazione. 
Mi sembra un gioco per gatti. Di gatti. 


Lo precedo, mi porto un po' avanti. Entro alla Feltrinelli. 
Tengo la porta aperta per fare entrare una signora, il sole mi batte negli occhi rendendomi pressoché cieca. 
Sto per lasciare il maniglione di plastica rossa quando lo scorgo arrivare. Rimango lì, ad aspettarlo, con una porta aperta in mano. 
Arriva, rallenta, ferma la porta che io sto lasciando. Ci guardiamo per un attimo. 
-Grazie.- mormora. Ha degli occhi grigio- azzurri che mi sanno troppo di mare invernale perché non desideri tuffarmici dentro. 
-Prego.- rispondo, con qualche istante di ritardo. Sorrido, mi volto, m'immergo nel labirinto di libri e scaffali. 
Lo chignon nel quale annodo i capelli cede, lasciando libera e anarchica la mia indisciplinata criniera. Tento d'imporre un ordine a quel Caos biondo che sono i miei capelli, ci rinuncio dopo poco, e inizio a scrutare il retro di un libro a caso (non ne ricordo nemmeno il titolo, forse era Dostoevskij, mah.)
Mi sposto di scaffale in scaffale toccando libri diversi, senza una logica. Lui mi segue, un libro in mano, auricolari sempre nelle orecchie, e lo sguardo che rimbalza da un libro all'altro di quelli che attirano la mia attenzione. 
Titoli come briciole di un'ipotetica Hansel?


Ad un tratto ci ritroviamo a guardarci. Entrambi con un libro in mano. 
Improvvisamente lui si volta e raggiunge le scale mobili. Sale. Aspetto un attimo. Poi lo seguo. 
Il gioco si ripete, ma ora sono io a seguire le sue tracce, lasciate sulle copertine e sui titoli dei cd musicali. 
[ottimi gusti, ndr] 
Dentro di me spero che lui abbia pensato la stessa cosa rispetto alle mie preferenze narrative. 


A quel punto mi fermo. Manca ancora un piano. Lui si è tolto gli auricolari, che sta arrotolando attorno al lettore mp3 con lentezza e precisione così esasperate da stonare, fra le dita di un ragazzo. 


Me ne vado. Sì, decido di andarmene.
Esco, passandogli di fianco, improvvisa e rapida come un fruscio di foglie mosse dal vento. Senza guardarlo, senza dire nulla, ma portandomi il suo sguardo fra le scapole, fino alla porta. 


Non mi parlare. Non conosciamoci. Rimaniamo due che si sono innamorati fra il profumo dei libri e la luce di un tardo pomeriggio autunnale. Lascia che io scriva di te, lasciami sulla soglia del tuo universo, non lasciare che io tenti maldestramente di amarti.


Romanticamente fuori dalla Realtà.


Ci vediamo lunedì, abbiamo entrambi un appuntamento con Platone. 


Universi. O persone. Scegliete il nome che preferite. Anche buchi neri è un'ottima alternativa. 


Notte in bianco, macchiata da qualche sogno contorto di tanto in tanto, trascorsa a leggere e a scrivere. 
Alba su un fiume coperto di nebbia. Ho guardato partire il mio treno fumando una sigaretta e ascoltando i Placebo. 
Oggi la luce è un po' troppo luminosa, ieri era più discreta. Mi sa che vado a dormire. Non ho sonno, però. 

sabato 5 novembre 2011

"Di uno che l'ama fa lo stesso?"

Sabato sera. 
E sono a casa. 
Non accadeva da un tot. 




Oggi non mi sono nemmeno truccata. Sono uscita solo per andare al lavoro. Per il resto, ennesimo maglione extralarge (capi del genere, quest'inverno, saranno la mia divisa), leggins, occhiali da vista, treccia morbida, libri, film, pc, racconti letti e scritti (tentativi, sì, come al solito). Mail strane. 
A volte mi sembra di lasciar parlare altre me. 
A volte mi sbatterei la fronte contro lo spigolo di un muro. 
Forte. 
Da aprirmi il cranio in due, così da accasciarmi al suolo in una pozza di sangue e materia grigia. 


Macabra. 




Il lavoro mi sfianca. Ho un capo razzista, ignorante, che non azzecca un congiuntivo, che mi guarda fumando sigarette mentre io mi faccio il culo per andare a casa a un'ora decente. 
E poi magari ti becchi anche la serata buona in cui il vecchio di turno, rompicoglioni e dalla mentalità ristretta con la prima goccia di caffè che sgorga dalla moka, ti dice "Studi Lettere? Ah, ma allora non troverai mai lavoro."
Pirla. Se volevo un lavoro rimanevo a Economia. 


Uff.




La bellezza salverà il mondo, diceva Dostoevskij. 




Mi sto inaridendo. Se mi guardi negli occhi, adesso, rischi di scorgere Apatia. 
La scrivo con la capital letter, perché, per me, Apatia è sempre stata Il Nemico.
Mi ricorda i farmaci. Mi ricorda le giornate vuote. Mi ricorda quando vita o non vita non avrebbe fatto la differenza. 
Non voglio tornare laggiù. Non voglio...




5 Novembre. 
Per sempre da ricordare. 




Oggi ho visto anche Basic Instict. Lei è un personaggio fantastico. 
Fumano parecchio, in quel film. Il che non aiuta il mio tentativo di tornare alla mia sigaretta quotidiana.
(tentativo? Ci provo seriamente dal momento in cui spengo una sigaretta a quello in cui apro il pacchetto nuovamente...)
Fanno anche parecchio sesso. 
Sì, è uno di quei film che la gente guarda perché Sharon Stone accavallando le gambe rivela a tutti che è una bionda naturale. In realtà ha una qualche finezza psicologica. 
Ma un finale deludente. 




Tre, quasi quattro anni fa, scrivevo in un forum cose del genere.
Mi fa davvero uno strano effetto pensare a come non siano cambiate, in fondo, le cose. 
"Un errore commesso troppe volte, una facciata usata solo per mascherare il reale timore di lasciarsi toccare da un sentimento vero."


Però, almeno, ora non mi faccio più chiamare Gelsomino Nero in un forum di aspiranti vampiri. 




-Ha bisogno d'aiuto?
-Di uno che mi uccide.
Alla risposta mi fermo del tutto. E' più accovacciata che seduta in terra sul bordo del sentiero. La posizione compressa, da mal di stomaco, mi ha tirato fuori l'offerta di aiuto. E poi in montagna si usa. E poi lei attira, però questo l'ho visto alla risposta quando mi alza in faccia una faccia di sposa persa all'altare. 
Non mi accosto ancora, mi volto e ripeto: -Di uno che l'uccide. Di uno che l'ama fa lo stesso? 
Una che risponde buffa e agra ha bisogno di uno spudorato.
-No, di uno che mi uccide. Un assassino si trova, un uomo, no. 


"Aiuto", da Il contrario di uno. Erri De Luca. 
Ha già un numero sufficiente di sottolineature fra le sue pagine. Mi piace. Fra l'introspettivo e il realistico, poetico e pungente, doloroso q.b.
In lettura, insieme a tanti altri. (Io sono così, ho decine di libri da leggere e o già iniziati, eppure, ogni volta che entro in una libreria, ne esco con almeno uno nuovo. E poi le librerie hanno quelle buste di carta così... e c'è quell'atmosfera da... qui si fanno cose belle, qui c'è della bellezza, qui fa sempre caldo. E poi i libri hanno quelle copertine così... e quella carta... e quel profumo che, dio, è quasi meglio del profumo di lenzuola appena cambiate.) 




A questo punto, non ricordo più il perché di questo post. Ma qui nessun post ha davvero un perché. Non mi ricordo nemmeno il perché di questo blog. 
Ho necessità di raccontare? Di comunicare? 
Tanto "Su internet ti pubblicano sempre, qualsiasi merda tu scriva".


Forse, semplicemente, è che almeno le parole non hanno un'eco che risuona nella stanza vuota.
Solo nella mia testa. Ma, di solito, lo fanno soprattutto le parole degli altri. 

venerdì 21 ottobre 2011

In queste pagine c'è tutto


Ho riletto così tante volte questo passo, in questi giorni che... non so più dove sottolineare, dove piangere, dove smettere di piangere, dove lasciarmi graffiare, e dove accogliere una carezza, dove sperare, e dove disperarmi.
Queste tre pagine sono tutto. Questo libro è tutto. Per me, in questi giorni.
Dopo aver riletto così tante volte queste parole, l'unica cosa che potevo ancora fare era ricopiarle.
Certi libri ti entrano dentro e non ti lasciano più.

Immobile, con la lanterna spenta in mano, Elisewin sentiva il proprio nome arrivarle da lontano, mescolato al vento e al fragore del mare. Nel buio, davanti a se, vedeva incrociarsi le piccole luci di tante lanterne, ognuna sperduta in un suo viaggio sull'orlo della burrasca. Non c'erano, nella sua mente, né inquietudine, né paura. Un lago tranquillo le era esploso, tutto a un tratto, nell'anima. Aveva lo stesso suono di una voce che conosceva.
Si voltò e lentamente tornò su i suoi passi. Non c'era più vento, non c'era più notte, non c'era più mare, per lei. Andava e sapeva dove andare. Questo era tutto. Sensazione meravigliosa. Di quando il destino finalmente si chiude, e diventa sentiero distinto, e orma inequivocabile, e direzione certa. Il tempo interminabile dell'avvicinamento. Quell'accostarsi. Si vorrebbe non finisse mai. Il gesto di consegnarsi al destino. Quella è un'emozione. Senza più dilemmi, senza più menzogne. Sapere dove. E raggiungerlo.
Qualunque sia il destino.
Camminava- ed era la cosa più bella che aveva mai fatto.
Vide la locanda di Almayer avvicinarsi. Le sue luci. Lasciò la spiaggia, arrivò sulla soglia, entrò e chiuse dietro di se quella porta da cui, insieme agli altri, chissà quanto tempo prima, era uscita di corsa, senza ancora nulla sapere.
Silenzio.
Sul pavimento di legno, un passo dopo l'altro. granelli di sabbia che scricchiolano sotto i piedi. In un angolo, per terra il mantello caduto a Plasson nella fretta di corrersene via.
Nei cuscini, sulla poltrona, l'orma del corpo di madame Deverià, come si fosse appena alzata. E al centro della stanza, in piedi, immobile, Adams. Che la guarda.
Un passo dopo l'altro, fino ad arrivargli vicino. E dirgli:
-Non mi farai del male, vero?
Non le farà del male, vero?
-No.
No.
Allora
Elisewin
prese
tra le mani
il volto
di quell'uomo,
e
lo baciò.

Nelle terre di Carewall, non smetterebbero mai di raccontare questa storia. Se solo la conoscessero. Non smetterebbero mai. Ognuno a modo suo, ma tutti continuerebbero a raccontare di quei due e di un'intera notte passata a restituirsi la vita, l'un l'altra, con le labbra e con le mani, una ragazzina che non ha visto nulla e un uomo che ha visto troppo, uno dentro l'altra -ogni palmo della pelle è un viaggio, di scoperta, di ritorno nella bocca di Adams a sentire il sapore del mondo, sul seno di Elisewin a dimenticarlo- nel grembo di quella notte stravolta, nera burrasca, lapilli di schiuma nel buio, onde come cataste franate, rumore, sonore folate, furiose di suono e velocità, lanciate sul pelo del mare, nei nervi del mondo, oceano mare, colosso che gronda, stravolto-sospiri, sospiri nella gola di Elisewin -velluto che vola- sospiri ad ogni passo nuovo in quel mondo che valica monti mai visti e laghi di forme impensabili- sul ventre di Adams il peso bianco di quella ragazzina che dondola musiche mute- chi l'avrebbe mai detto che baciando gli occhi di uomo si possa vedere così lontano- accarezzando le gambe di una ragazzina si possa correre così veloce e fuggire -fuggire da tutto-vedere lontano- venivano dai due più lontani estremi della vita, questo è stupefacente, da pensare che mai si sarebbero sfiorati, se non attraversando da capo a piedi l'universo, e invece nemmeno si erano dovuti cercare, questo è incredibile, e tutto il difficile era stato solo riconoscersi, riconoscersi, una cosa di un attimo, il primo sguardo e già lo sapevano, questo è meraviglioso -questo continuerebbero a raccontare, per sempre, nelle terre di Carewall, perchè nessuno possa dimenticare che non si è mai lontani abbastanza per trovarsi, mai-lontani abbastanza -per trovarsi- lo erano quei due, lontani, più di chiunque altro e adesso -grida la voce di Elisewin, per i fiumi di storie che forzano la sua anima, e piange Adams, sentendole scivolare via, quelle storie, alla fine, finalmente, finite- forse il mondo è una ferita e qualcuno la sta ricucendo in quei due corpi che si mescolano- e nemmeno è amore, questo è stupefacente, ma è mani, e pelle, labbra, stupore, sesso, sapore -tristezza, forse - perfino tristezza – desiderio - quando lo racconteranno non diranno la parola amore - mille parole diranno, taceranno amore - tace tutto, intorno, quando d'improvviso Elisewin sente la schiena spezzarsi e la mente sbiancare, stringe quell'uomo dentro, gli afferra le mani e pensa: morirò. Sente la schiena spezzarsi e la mente sbiancare, stringe quell’uomo dentro, gli afferra le mani e, vedi, non morirà.

-Ascoltami, Elisewin...
-No, non parlare...
-Ascoltami.
-No.
-Quello che succederà qui sarà orrendo e...
-Baciami... è l'alba, torneranno...
-Ascoltami...
-Non parlare, ti prego.
-Elisewin...

Come si fa? Come glielo dici, a una donna così, quello che devi dirle, con le sue mani addosso e la sua pelle, la pelle, non si può parlare di morte proprio a lei, come glielo dici a una ragazzina così, quello che lei sa già e che pure bisognerà che ascolti, le parole, una dopo l'altra, che puoi anche sapere ma devi ascoltare, prima o poi, qualcuno deve dirle e tu devi ascoltarle, lei, ascoltarle, quella ragazzina che dice
-Hai degli occhi che non ti ho visto mai.
E poi
-Se solo tu lo volessi, potresti salvarti.

Come glielo dici, a una donna così, che tu vorresti salvarti, e ancora di più vorresti salvare lei con te, e non fare altro che salvarla, e salvarti, tutta una vita, ma non si può, ognuno ha il suo viaggio, da fare, e tra le braccia di una donna si finisce facendo strade contorte, che neanche tanto capisci tu, e al momento buono non le puoi raccontare, non hai le parole per farlo, parole che ci stiano bene, lì, tra quei baci e sulla pelle, parole giuste, non ce n'è, hai un bel cercarle in quel che sei e in quel che hai sentito, non le trovi, hanno sempre una musica sbagliata, è la musica che gli manca, lì, tra quei baci e sulla pelle, è una questione di musica.
Così poi dici qualcosa, ma è una miseria.
-Elisewin, io non sarò mai più salvo.

Come glielo dici, a un uomo così, che adesso sono io che voglio insegnargli una cosa e tra le carezze voglio fargli capire che il destino non è una catena ma un volo, e se solo ancora avesse voglia davvero di vivere lo potrebbe fare, e se solo avesse voglia davvero di me potrebbe riavere mille notti come questa invece di quell' unica, orribile, a cui va incontro, solo perchè lei lo aspetta, la notte orrenda, e da anni lo chiama.
Come glielo dici, a un uomo così, che diventare un assassino non servirà a nulla e a nulla servirà quel sangue e quel dolore, è solo un modo di correre a perdifiato verso la fine, quando il tempo e il mondo per non far finire nulla sono qui ad aspettarci, e a chiamarci, se solo sapessimo ascoltarli, se solo lui potesse, davvero, davvero, ascoltarmi. Come glielo dici, a un uomo così, che ti sta perdendo?


-Io me ne andrò…
-…
-Io non voglio esserci… io vado via…
-…
-Io non voglio sentire quell’urlo, voglio essere lontana.
-…
-Non lo voglio sentire.

E' la musica che è difficile, questa è la verità, è la musica che è difficile da trovare,  per dirselo, lì così vicini, la musica e i gesti, per sciogliere la pena, quando proprio non c'è più nulla da fare, la musica giusta perchè sia una danza, in qualche modo, e non uno strappo quell'andarsene, quello scivolare via, verso la vita e lontano alla vita, strano pendolo dell'anima, salvifico e assassino, a saperlo danzare farebbe meno male, e per questo gli amanti, tutti, cercano quella musica, in quel momento, dentro le parole, sulla polvere dei gesti, e sanno che, ad averne il coraggio, solo il silenzio lo sarebbe, musica , esatta musica, un largo silenzio amoroso, radura del commiato e stanco lago che infine cola nel palmo di una piccola melodia, imparata da sempre da cantare sottovoce.
-Addio, Elisewin.
Una melodia da nulla.
-Addio, Thomas.
Scivola via da sotto il mantello e si alza, Elisewin. Con il suo corpo da ragazzina, nudo, e addosso il tepore di tutta una notte. Raccoglie il vestito, si avvicina ai vetri. Il mondo di fuori è sempre là. Puoi fare qualsiasi cosa ma stai certo che te lo ritrovi al suo posto, sempre. C’è da non crederci, ma è così.
Due piedi nudi, da ragazzina. Salgono le scale, entrano in una stanza, vanno verso la finestra, si fermano.
Riposano, le colline. Come se non avessero nessun mare davanti.


Alessandro Baricco
Oceano Mare